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Il barese Nico Strambelli, campione di pesca in apnea: «Tutto θ iniziato con un polpo»
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Il barese Nico Strambelli, campione di pesca in apnea: «Tutto θ iniziato con un polpo»

di  Mercoledì 6 febbraio 2019 3 min Letto 19.263 volte
BARI - Qualche giorno fa ha ricevuto una targa di merito dal Comune di Bari per aver portato i colori della città nelle più prestigiose competizioni nazionali e internazionali di pesca in apnea. Lui è il 40enne Nico Strambelli (nella foto), orgoglio del quartiere Santo Spirito e campione della caccia subacquea. Lo abbiamo incontrato. (Vedi foto galleria)

Partiamo dalle gare che sei riuscito a vincere…

La più importante è stata il campionato italiano di seconda categoria del 2015, disputatosi a Taranto: da oltre 30 anni un pugliese non trionfava una competizione di questo spessore. Nel 2011 avevo però già vinto a Mola di Bari un torneo italiano a coppie con Valerio Losito, 36enne di Gioia del Colle con cui ho condiviso anche l'esperienza con la Nazionale di pesca in apnea. Nel settembre del 2018 siamo infatti stati selezionati per vestire la maglia azzurra in occasione del Mondiale disputatosi a Sagres, in Portogallo. L’Italia è arrivata sesta, un buon risultato.

Come si svolge un campionato di pesca?

Con l'autorizzazione della Capitaneria di porto viene riservato alla gara un tratto di mare che viene battuto dagli sportivi durante le 4-5 ore di durata del torneo. Si può scendere dai 3 metri sino ai 30. L’obiettivo è chiaramente pescare grosse prede. Ogni animale marino regala un punteggio in base al suo peso e alle dimensioni, anche se non è da sottovalutare il fatto di riuscire a portare a casa specie diverse tra loro: un carniere variegato ha maggiori possibilità di vittoria.

La tua è una passione che comincia sin da bambino…

Mio padre mi portava al Lido dell'Aeronautica di Santo Spirito e lì passavo ore a tirar su i granchi con il retino. Un giorno però mentre cercavo di prendere una “pelosa” acchiappai per caso un polpo che era lì di passaggio. Avevo 4 anni e provai un’emozione fortissima: un sentimento che non mi ha più abbandonato e che provo ancora oggi quando riesco a catturare prede ambite.

Qual è il pesce più grosso che hai preso?

Una leccia di 17 chili, proprio nelle acque antistanti la spiaggia dell'Aeronautica. Quel giorno ero da solo, non avevo beccato nulla e stavo per ritornare a riva, quando avvistai questa “bestia”. È stata tosta da tirare su: dopo aver sparato ho iniziato a tirare con il mulinello, poi però sono riuscito ad avvicinarla e l'ho finita con il coltello.

È stata la tua cattura più impegnativa?

No, quella più difficile è avvenuta l’estate scorsa. Eravamo in due quando abbiamo avvistato e colpito una cernia di circa 10 chili. Ma non siamo riusciti a farla uscire dalla tana in cui si era rifugiata, anche perché nel frattempo il mare si era intorbidito e si stava agitando. Abbiamo così dovuto abbandonare il posto perché stava diventando tutto molto pericoloso. Non ci siamo però arresi. Il giorno dopo siamo tornati e dopo essere stati in acqua più di mezz’ora abbiamo finalmente stanato la cernia.

Che cosa rispondi a chi, così come avviene per la caccia, critica questo tipo di sport?

Che c’è un’etica in questo sport e ci sono delle regole da rispettare. Intanto tutto ciò che si pesca si mangia: si prende solo ciò che poi verrà consumato. E poi è tutto fondato sul rispetto della natura: ad esempio il pesce una volta che è fuori dall’acqua viene subito ucciso per non farlo soffrire ulteriormente. Infine c’è da considerare che noi, pur avendo un’arma come il fucile, dobbiamo immergerci in un habitat ostile, a numerosi metri di profondità, contando solo sui nostri polmoni. Tra noi e gli animali marini diventa così una lotta quasi alla pari.

(Vedi galleria fotografica)
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