BARI - Le ultime elezioni regionali in Sicilia saranno ricordate come le votazioni con la più alta percentuale di astenuti della storia della Repubblica. Oltre il 53% degli aventi diritto, pari a circa cinque milioni di persone, non si è recato alle urne sancendo la definitiva crisi politica dei partiti. Il partito degli “astensionisti”, che racchiude quanti per protesta o per stanchezza decidono di non esercitare il proprio diritto di voto, si fa sempre più forte.
Ma quanto forte? Con l'astensione i cittadini vanno effettivamente a toccare e compromettere gli interessi della classe politica? La risposta è no.
Anche se molti politici commentano costernati i dati relativi a chi non vota, in realtà la loro è una solo una finta preoccupazione. Prima di tutto, per eleggere i nostri rappresentanti istituzionali non è necessario il raggiungimento di un quorum (come nel referendum): anche se vota la minoranza dei cittadini qualsiasi elezione resta pur sempre valida. Ma soprattutto: i rimborsi elettorali che spettano ai partiti non vengono intaccati dall'astensionismo. La somma che arriva nelle casse dei partiti grazie alle elezioni è immutabile, non è commisurata al numero di cittadini che hanno effettivamente votato.
La legge n. 515 del 1993, che ha introdotto il rimborso elettorale, ha previsto la costituzione di un fondo che viene ripartito fra le forze politiche che partecipano alle elezioni. E' costituito da un prelievo di denaro pubblico pari ad un euro per ogni cittadino iscritto nelle liste elettorali, per ogni anno della legislatura, per ogni tipo di elezione. Facciamo un rapido calcolo. Gli iscritti nelle liste sono circa 50 milioni che vanno moltiplicati per 1 euro, moltiplicati poi per cinque anni di legislatura e moltiplicati per elezioni della Camera dei Deputati, del Senato, delle Regioni e del Parlamento Europeo. Risultato: 1 miliardo di euro. Questo è il costo che i cittadini pagano ai partiti come rimborso elettorale.
Storie
Astenuto dal voto? Ai partiti arriva lo stesso rimborso elettorale
Soldi che vanno ai partiti a prescindere dal numero dei votanti. In parole povere: il "non voto" è comunque calcolato e va ad alimentare i fondi di Pd, Pdl e compagnia bella.
Nè è possibile cancellarsi dalle liste elettorali. La legge prevede infatti l'eliminazione dalle liste solo per alcuni condannati in via definitiva e per i falliti.
«Il diritto di voto disciplinato dall’art. 48 della Costituzione - spiega l’avvocato Sabino Iacobone, cultore della materia di diritto costituzionale presso l’Università degli studi di Bari - rientra fra quelli considerati irrinunciabili, essendo anche un dovere. Per questo motivo non è assolutamente contemplabile l’ipotesi di cancellarsi dalle liste elettorali. Se fosse stato un diritto soggetto alla disponibilità dei cittadini - aggiunge sorridendo - sono convinto che moltissimi vi avrebbero già rinunciato da un pezzo».