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La giungla tra le lamiere: viaggio nelle grandiose e spettrali ex Acciaierie Pugliesi
Reportage

La giungla tra le lamiere: viaggio nelle grandiose e spettrali ex Acciaierie Pugliesi

di  Venerdì 17 maggio 2019 4 min Letto 7.813 volte
foto di Antonio Caradonna
GIOVINAZZO – Una “giungla tra le lamiere”. È l’inconsueto spettacolo a cui è possibile assistere varcando l’ingresso delle spettrali ex Acciaierie e Ferriere Pugliesi di Giovinazzo: un colosso industriale degli anni 20 abbandonato a sé stesso dal 1984.

Qui, nel corso del tempo, una vegetazione selvaggia e incontrollata ha preso pian piano “potere”, andando ad avvolgere il dormiente gigante di ferro. È nato così un luogo dove a dominare sono i contrasti: quello tra il marrone della ruggine e il verde delle piante, quello tra la desolazione senza fine e la vitalità inarrestabile della natura.

Un posto che siamo andati a esplorare (vedi foto galleria).

Per raggiungere il sito dal centro di Giovinazzo basta imboccare via Bitonto e percorrerla per circa 600 metri. Arrivati a una piccola rotatoria, non sarà difficile notare l’impianto, che si staglia tra la linea ferroviaria e la contrada denominata “Lama Castello”.

Parliamo di un fabbrica sorta fra il 1923 e il 1924 ad opera di tre soci, fra cui Giovanni Scianatico, la cui famiglia dieci anni dopo ne acquisì l’intera proprietà. Si tratta dello stesso imprenditore che sul finire degli anni 30 inaugurò l’omonimo stabilimento a Bari, una filiale più piccola che visitammo quattro anni fa. Anche lì ci trovammo davanti a uno scenario “apocalittico”, ma sicuramente meno grandioso rispetto a quello che ci aspettando qui, dietro al cancello d’ingresso.

Oltrepassiamo dunque il varco, ritrovandoci davanti ad alcune piccole imprese in lavorazione, anche se ci basta spostarci di qualche passo per renderci conto di essere in una zona perlopiù abbandonata, formata da tre capannoni “fantasma”. Un’area che da anni si dice debba essere bonificata, ma che a parte alcuni interventi di rimozione di amianto e policlorobifenili, per ora giace immobile in attesa del suo destino.

Ma eccoci davanti al primo enorme complesso, di cui non rimane più nulla se non le travi di sostegno completamente corrose. Ci inoltriamo nel nudo ambiente con una certa circospezione e veniamo subito risucchiati in un mondo freddo e silenzioso, dove il forte odore di ruggine si mischia a quello dell’umidità.

Pian piano che ci muoviamo i nostri occhi sembrano abituarsi al buio, aiutati anche dalla luce che filtra attraverso le lamiere del tetto ormai collassato in numerosi punti. Le colonne portanti si intersecano per tutto il perimetro come fossero un’ossatura, non più in grado però di proteggere il suo interno.

A circondarci macchinari di ogni tipo, ormai fuori uso: cabine mobili, forni per la fusione, lunghi tubi da cui usciva l’acciaio. Perché questo era un luogo di produzione, di lavoro.

Erano impiegati all’incirca 1200 operai, quegli stessi che alla fine degli anni 70 cercarono, senza successo, di salvare l’azienda dalla crisi del settore siderurgico. Avvertiamo la loro “presenza” dai cartelli corrosi, da scatolette arrugginite di cibo precotto o da un vecchio cartellone pubblicitario raffigurante lo sciroppo per la tosse.

Ma ad un tratto veniamo sorpresi da una vista inaspettata: in alcuni punti la vegetazione incolta e lussureggiante è cresciuta prepotentemente, invadendo tutto ciò che la circonda. Arbusti, rampicanti e mucchietti di edera si rincorrono fra le macerie e alcuni rametti sbucano incredibilmente dallo stesso ferro.

Un angolo si è poi trasformato in un vero e proprio giardino, quasi una piccola serra. Tante piccole piantine di un verde brillante, incorniciate da un basso muretto, si sono concentrate in questo spazio, là dove probabilmente vi era una vasca ripiena di acqua.

Decidiamo ora di spostarci verso l’altro capannone visitabile, visto che il terzo risulta completamente murato. E qui ci ritroviamo in un posto in cui le tracce dell’antica attività sono state totalmente cancellate: un luogo dove ormai regna la natura selvatica.

Dopo aver superato un pavimento formato da strani blocchi di cemento che pare assomigliare a un antico “villaggio neolitico”, entriamo in una vera e propria “giungla”.

Un’intera parete è ricoperta da un imponente e smisurato albero di fico che si è appropriato di tutto lo spazio, andando ad abbracciare e quasi a “mangiare” le strutture in ferro. Il gioco di colori è impressionante: il verde intenso delle foglie fa pendant  con il marrone e il rossiccio delle travi, creando un insieme che, seppur armonioso e attraente, incute reverenza e timore.

Un brivido improvvisamente ci percorre la schiena: solo ora ci rendiamo conto di essere in luogo fuori dal tempo e fuori dal mondo.

(Vedi galleria fotografica)
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