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La Banchina, Santa Barbara, "Inde a la corte": i piccoli rioni in cui θ suddivisa Bari Vecchia
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La Banchina, Santa Barbara, "Inde a la corte": i piccoli rioni in cui θ suddivisa Bari Vecchia

di  Lunedì 13 marzo 2023 5 min Letto 8.269 volte
BARI – C’è sùse a le poverìdde, la banghine, inde a la corte e poi le zone che prendono il nome da antiche chiese: San Benedetto, Santa Barbara, San Giuseppe, San Gaetano, Santa Scolastica. Perché Bari Vecchia, che ai più appare come un’omogenea “città nella città”, presenta anch’essa una sua particolare suddivisione in piccoli e pittoreschi rioni.

“Quartieri” che in alcuni casi sono identificati da nomignoli assegnati dai residenti, ma che a volte devono la propria denominazione a un censimento realizzato nel 700 che portò alla ripartizione del centro storico in aree geografiche prestabilite.

Partiamo dalle adiacenti piazza Mercantile e piazza del Ferrarese. La prima è soprannominata chiazze du arloge per via dell’orologio che caratterizza il Palazzo del Sedile, mentre la seconda è nota come chiazze du pèsce, dato che fino a poco tempo fa ospitava il mercato ittico. In generale comunque la zona è indicata come San Benedetto, ovvero l’antico monastero fondato nel 978 e situato sotto la chiesa di San Michele, in strada San Benedetto.

Da Piazza del Ferrarese ci spostiamo nel vicino largo Chiurlia, chiamato da tutti Sanda Varvre (Santa Barbara) dal nome di un’antica chiesa presente un tempo qui ma oggi non più esistente. Barbara tra l’altro è anche la protettrice dei vigili urbani, la cui sede fino a pochi anni fa si trovava proprio in largo Chiurlia. Ecco spiegato il perché c’è qualche barivecchiano che chiama ancora quest’area Càpe de uàrde, ossia corpo di guardia.

Sul lato nord di largo Chiurlia si aprono tre archi, uno dei quali conduce sulla stretta strada San Giuseppe, che prende il nome dalla chiesa simbolo della zona. Il tempio, in cui si celebra una particolare messa in latino, dà la denominazione a tutta l'area che comprende anche strada Sagges dove ha sede il Museo Civico, Palazzo Sagges e il vicino Palazzo Simi con i suoi antichi sotterranei.

Da San Giuseppe proseguendo dritto si arriva direttamente al Castello Normanno-Svevo, che veglia sulla città dal 1131 e  a cui è legata tutta la zona adiacente, comprendente l’Arco Alto, l’Arco Basso e la Chiesa dei Santi Medici. Accanto al Castello si trova poi il parcheggio di via Ruggiero II Normanno che un tempo era uno spiazzo che divideva il centro abitato dal mare. Un’area da sempre definita, in termini marinareschi, la banghine (la Banchina).

Dal Castello entriamo in piazza dell’Odegitria, dove si staglia la duecentesca Cattedrale che naturalmente dà il nome a tutto il rione, del quale fanno parte anche largo Albicocca e il retrostante largo San Sabino, da molti però chiamato Filippo Corridoni per via della scuola primaria che qui ha sede dagli anni 30 del 900. «Nello storico censimento del 700 – sottolinea l’esperto di tradizioni locali Nicola Dellino - questo rione fu in realtà registrato come Arcivescovado per il grande palazzo ancora oggi sede del vescovo».

Da Largo San Sabino ci spostiamo sulla perpendicolare strada San Gaetano, dal titolo della chiesa che ospita le statue dei Misteri e la comunità ortodossa etiope.  «La zona alle spalle del tempio viene chiamata drèt a san Ghitàne (dietro San Gaetano) – ci rivela Enza Stella, residente nel centro storico - e abbraccia tutta quell’area compresa tra la Chiesa del Gesù e Santa Teresa dei Maschi».

Del "quartiere" fa parte anche l’Arco Meraviglia che unisce strada Filioli a strada Zonnelli. «Si tratta di un luogo indicato in un censo del 1643 come Petamale, ossia “pietra amara” - sottolinea Dellino -. L’arco fu infatti testimone dell’amore sfortunato dei due giovani innamorati che abitavano l’uno di fronte all’altra senza avere il permesso di vedersi e che, secondo la leggenda, riuscirono poi a incontrarsi solo grazie al passaggio in pietra».

Dall’Arco Meraviglia raggiungiamo strada del Carmine che ci conduce direttamente nella cittadella nicolaiana, dove si erge la splendida Basilica dedicata al patrono di Bari.  Un rione noto come inde a la corte (nella Corte) e che ingloba anche la bizantina Chiesa di San Gregorio.

Costeggiando la Basilica ci spostiamo ora su largo Urbano II dove sulla sinistra, attraverso un arco, entriamo in strada Vanese. Da qui veniamo condotti davanti al Campanile dell’Annunziata, poi ai resti di Santa Maria del Buonconsiglio  (detta mmenz alle chelonne, in mezzo alle colonne) sino al complesso di Santa Scolastica che ospita il Museo Archelogico.

«Il “rione di Santa Scolastica” come riporta il censimento del 700 - commenta Enza -, è anche noto come San Pietro, per via della piazza omonima e dei resti dell’antica chiesa che sorgeva qui un tempo. C’è chi però definisce quest’area sùse a le poverìdde, facendo riferimento alla decadenza che la affligge da sempre».

Da qui infine raggiungiamo via Pier l’Eremita e strada Santa Chiara dove si trovano i monasteri di San Francesco e Santa Chiara, oltre all’antica San Giovanni Crisostomo che dà il nome alla zona. «E dato che San Francesco divenne più volte nel corso dei secoli caserma militare – conclude Enza - c’è anche chi chiama l’area u quartir de le soldate».

Foto di copertina di Francesco De Leo
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I commenti (5)
michele amoruso
Mi sembrava di passeggiare per Barivecchia leggendo questo articolo....... bellissimo!
Matteo
In realtà la zona di santa scolastica è detta sus a le poveriedde perchè accanto alla chiesa c'era l'ospizio dei poveri che negli anni cinquanta del novecento fu trasferito in una struttura più moderna in fondo a via Napoli, e che ora è inglobato nel museo archeologico.
Vito Petino
Sulla Muraglia nacque mio nonno Vito la notte di Santa Lucia, con precisione il 13 dicembre 1884. Mi ha lasciato un manoscritto, in cui racconta alcune sue avventure da ragazzino, quando il mare lambiva la Muraglia di via Venezia, allora via delle Mura. I civici in cui ha abitato sono il 17 e il 21. Su FB pubblico alcune foto di quel manoscritto da 300 pagine. Mio nonno aveva frequentato la 3ͺ elementare; giustificabili dunque alcuni strafalcioni. Sono testimonianze dirette di vita barese scomparsa...
Marotta Licio
Grazie
Lorenzo
Molto bello, davvero un articolo fatto bene. Sarebbe interessante anche un'inchiesta di Barinedita sulle attività commerciali più longeve di Bari punto per esempio a me viene in mente Lamlolops di via Mario Pagano ma ce ne sono tante altre