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Dall'alluvione ai bombardamenti, i ricordi della barese Lina: «A maggio ho compiuto 105 anni»
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Dall'alluvione ai bombardamenti, i ricordi della barese Lina: «A maggio ho compiuto 105 anni»

di  Martedì 1 luglio 2025 6 min Letto 4.324 volte
BARI – «Ricordo ancora l’alluvione che colpì Bari: mi alzai, andai alla finestra e, guardando giù, vidi l’acqua che invadeva le strade con la sua potenza distruttiva». Questo è solo uno dei tanti ricordi di Angela Carella, una barese che è giusto definire “speciale”, visto che quest’anno ha compiuto ben 105 anni. Sì avete sentito bene: Lina (come la chiamano tutti) è nata il 6 maggio del 1920.

Nonna Lina è stata quindi testimone diretta di tanti e significativi eventi accaduti nel XX secolo nel capoluogo pugliese. Così noi non ci siamo lasciati sfuggire l’occasione di incontrarla, per ascoltare dalla sua viva e lucida voce il racconto della storia di Bari.  

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Siamo quindi in via Pavoncelli, nei pressi di Parco 2 Giugno, dove la donna abita da qualche decennio. È la 74enne Nadia, una delle sue due figlie, a farci accomodare nel salotto pieno di quadri e piante, lì dove su una poltrona in ciniglia ci attende Lina.

«Sono nata in via Nicolai, nel rione Libertà, dove ho trascorso i primi anni di vita assieme ai miei tre fratelli e alle mie quattro sorelle – esordisce la donna –. Proprio in quella casa avvenne un episodio che segnò la mia infanzia: l’alluvione di Bari del 6 novembre 1926. All’epoca vivevamo al piano terra, così la notte del disastro mia madre ci svegliò per portarci da una vicina che abitava nel medesimo palazzo ma a un livello più alto. Io ripresi subito sonno ma fui comunque disturbata dai rumori provenienti dalla strada. Così mi alzai, andai alla finestra e, guardando giù, vidi l’acqua che invadeva le strade con la sua potenza distruttiva».

L’alluvione del 1926 fu la terza che colpì la città di Bari nel primo trentennio del XX secolo e provocò 19 morti e 50 feriti.

L’infanzia di Lina proseguì serena fino alla Seconda guerra mondiale, un periodo che per la donna si trasformò in una “fuga continua”.

«Mio padre era un artista, quello che a quei tempi veniva chiamato “uomo forzuto” (una figura di spettacolo, in genere circense, specializzata in dimostrazioni di forza atletica fuori dal comune) – spiega –. Viveva in America ma, allo scoppio del conflitto, tornò in Italia per prendersi cura di noi».

Temendo che Bari potesse essere attaccata, l’uomo portò la sua famiglia a Modugno da alcuni conoscenti, ritenendo che un piccolo centro potesse essere più sicuro rispetto al capoluogo. «Periodicamente ci faceva visita per rifornirci di viveri – rammenta –. Ma a un certo punto decise di farci fare ritorno in città perchè scoprì che la donna che ci ospitava teneva quasi tutto per sé ciò che ci portava».

Poco tempo dopo il padre provò a farli allontanare nuovamente dalla città. «Questa volta ci portò in una sistemazione di fortuna: una stalla arredata in modo da renderla quanto più possibile confortevole – racconta –. Eppure una notte furono bombardate anche le campagne dove avevamo trovato rifugio. Mia nonna ci fece nascondere sotto il letto e trascorremmo lì tutta la nottata: ci spaventammo così tanto che quando papà ci raggiunse la mattina seguente ci trovò ancora accovacciati sul pavimento. Ricordo con commozione quando, di fronte a quella scena, decise di portarci con sè dicendo “se moriamo, moriamo tutti insieme”».

Ma i ricordi di Angela sulla guerra non si esauriscono qui. Ha memoria ad esempio di quando durante gli attacchi aerei sulla città ci si andava a riparare sotto un grande condotto del Canalone. Come rammenta il tragico bombardamento del 2 dicembre 1943, quando un’azione aerea effettuata dalla Luftwaffe tedesca colpì il naviglio degli Alleati attraccato nel porto.

«Quella notte vedemmo degli aerei attraversare il cielo – afferma –. All’inizio non vi demmo troppo peso, essendo un’immagine alla quale eravamo ormai abituati. Ci stupimmo invece quando notammo la flotta tornare indietro e scaricare un’enorme quantità di bombe sulle imbarcazioni che si trovavano nel porto, che esplosero in un boato assordante».

Una delle navi ancorate quella notte era la John Harvey, il piroscafo carico di iprite: una terribile sostanza chimica che, a causa del bombardamento, venne sprigionata nell’aria causando uno dei più grandi disastri della Seconda guerra mondiale.

«Accorsi sul posto vedemmo centinaia di persone cadere in mare oppure lanciarvisi per sfuggire alle fiamme. E tante altre morirono nei giorni seguenti per aver inalato quel gas mortale», conclude con rammarico Lina.

Il 9 aprile 1945, invece, una nave saltò improvvisamente in aria per cause mai del tutto accertate: era la Henderson. Angela ricorda che in quell’occasione, pur abitando molto lontano dal porto, le finestre della sua casa andarono in frantumi e le porte si spalancarono per l’onda d’urto.

Lo scoppio provocò il crollo di interi edifici e centinaia di morti e feriti, con detriti di ferro e polveri che furono sparsi per oltre 15 chilometri.

La fine della guerra comportò conseguenze che stravolsero l’ordine fino a quel momento conosciuto. Ne fu un esempio il Referendum del 2 giugno 1946, indetto per determinare la forma di governo (monarchia o repubblica) che l’Italia avrebbe dovuto adottare. La votazione ebbe una portata epocale anche per il fatto che per la prima volta le donne furono chiamate a una consultazione politica nazionale.

«Io votai per la monarchia – ammette la signora –: Mi piacevano il re e la regina e poi eravamo abituati così, avevamo sempre sperimentato solo quella realtà».

Nel frattempo Lina cominciò a dedicarsi al lavoro di sarta, in particolare si specializzò nella realizzazione di abiti da sposa. E a 24 anni incontrò per la prima volta Rosario, il suo futuro marito.

«Ci conoscemmo su un mezzo ora scomparso a Bari: il tram  - ricorda -. Eravamo nei pressi della Chiesa Russa quando mi chiese quanti anni avessi e io, datagli la risposta, gli rigirai la domanda. Mi mentì: pur avendo due anni in meno affermò di essere mio coetaneo. A quel tempo una coppia in cui l’uomo era più giovane della donna era una circostanza insolita e non molto accettata».

Rosario apparteneva alle Forze armate e all’epoca alcune categorie di militari non potevano contrarre matrimonio prima di aver compiuto 28 anni (limitazione abrogata nel 1971). Lina dovette quindi aspettare un po’ prima di sposarsi, arrivando a dire il fatidico “sì” all’età di trent’anni.

Dopo una breve parentesi a Monfalcone, in Friuli, la coppia fece ritorno a Bari, stabilendosi definitivamente in via Pasubio, nel quartiere Carrassi di Bari. Lina si dedicò principalmente alla sua famiglia, soprattutto dopo la nascita delle figlie Wanda e Nadia.

E dopo la morte di Rosario, avvenuta nel 1987, si trasferì nella sua casa attuale, dove vive serena continuando a leggere, a mangiare frittura («il segreto della mia longevità») e a sentirsi quotidianamente con la “giovane” sorella Gina, dell’età di 99 anni.

E lasciando a volte che la memoria torni alla sua giovinezza e a una Bari che non c’è più. 
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