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Bari, 50 anni fa l'epidemia di colera: la storia di quel 1973 tra ricoveri, divieti e vaccini
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Bari, 50 anni fa l'epidemia di colera: la storia di quel 1973 tra ricoveri, divieti e vaccini

di  Mercoledì 4 ottobre 2023 4 min Letto 6.241 volte
BARI – «Cara còzzeca, tu staie inguaiate»: così Eduardo De Filippo, nel 1973, iniziava la sua poesia “L’imputato”. Perché sotto processo, tra agosto e ottobre di quell’anno, ci fu proprio la cozza, ritenuta colpevole di essere all’origine dell’epidemia di colera che si diffuse nel Sud Italia, contagiando 277 persone e uccidendo 24 individui, di cui 6 baresi.

A 50 anni esatti dalla comparsa della malattia, abbiamo così ricostruito la storia di quei giorni, tra paure, ricoveri, divieti e vaccini. (Vedi foto galleria)

L’Italia fu dunque raggiunta dalla pandemia di colera iniziata nel 1961 in Indonesia e poi propagatasi in Asia e in Unione Sovietica, fino a toccare il Nord Africa nel maggio del 1973. Proprio dalla Tunisia arrivò in Campania prima e in Puglia e in Sardegna dopo, la famigerata partita di cozze contaminata che i più ritengono sia stata il vero vettore del vibrione. Quest’ultimo era il batterio che causava la malattia, la quale provocava dissenteria e, nei casi più gravi, morte per disidratazione.

I primi casi si registrarono dopo il Ferragosto del 1973, quando nel Napoletano furono segnalati diversi episodi di presunta gastroenterite acuta. Il 20 agosto morì la prima persona e altre ne seguirono nei giorni successivi.  Il primo a comprendere che ci si trovava di fronte a qualcosa di diverso fu il primario dell’ospedale partenopeo “Maresca” e dopo una settimana, la sera del 28 agosto, fu così data la notizia ufficiale: in Italia era arrivato il temuto colera.

Mentre ai piedi del Vesuvio si spargeva il panico, le autorità adottarono le prime contromisure: blocco al commercio dei frutti di mare, pulizia delle strade, divieto di balneazione.

Nel giro di pochi giorni il batterio si presentò anche a Bari, probabilmente sempre a causa delle cozze arrivate dalla Tunisia, che naturalmente nel capoluogo pugliese si mangiavano crude. Il 1° settembre il Policlinico contò 40 ricoveri nel reparto infettivi, di cui 9 accertati come infezioni coleriche.

Per frenare la corsa del contagio nelle città colpite, il governo Rumor prese misure drastiche. Il 5 dello stesso mese, tra le proteste della popolazione, a Napoli le forze dell’ordine ebbero l’ordine di distruggere gli allevamenti di cozze, strategia poi adottata pure a Bari, per paura che il vibrione avesse attecchito anche nei mitili nostrani.

Nel capoluogo pugliese, allora amministrato dal sindaco Nicola Vernola, al divieto di vendita e consumo dei molluschi si aggiunse quello imposto a molti prodotti agricoli. Furono anche chiusi cinema, teatri e ristoranti, banditi i gelati di produzione artigianale e i bagni in mare, sia nelle spiagge libere che in quelle private. E schizzò in alto il prezzo dei limoni, ritenuti capaci di contrastare gli effetti del batterio.

I baresi si rassegnarono a passare le serate di fine estate davanti alla tv, non potendo neanche andare allo stadio: la partita di Coppa Italia prevista con il Verona fu infatti annullata, perché la squadra scaligera si rifiutò di venire a Bari. «Venne rinviato anche l’inizio dell’anno scolastico e della Fiera del Levante – racconta Nico Velluso, all’epoca 23enne –. Alle famiglie si raccomandava di non mangiare prodotti ittici e di lavare bene la verdura».

Tuttavia, diversamente dal Covid, il colera non portò alla paralisi dell’intera città: le attività lavorative proseguirono in modo sostanzialmente normale. D’altronde il contagio da colera avveniva e avviene solo se si verificano determinate condizioni, fondamentalmente mangiando o bevendo alimenti e liquidi infetti.

In più in quei giorni le autorità avviarono la più grande operazione di profilassi dalla fine del Secondo conflitto mondiale. Furono persino utilizzate le speciali siringhe a pistola fornite dai militari della Nato, che le avevano usate per le vaccinazioni di massa durante la guerra in Vietnam.

A Bari in ogni quartiere fu prediposto un punto dove era possibile farsi iniettare “l’antidoto” contro il colera. «Non posso dimenticare quella sera in cui mi recai anch’io a vaccinarmi, piena di paura come tutti – ricorda Emma Giustiniani, che nel 1973 aveva 22 anni  -: trovai una coda infinita di persone, silenziosa e atterrita, che si snodava lungo tutto un isolato del rione Japigia. Nessuno era obbligato a farlo, ma i baresi di ogni livello sociale si presentarono in massa».

A inocularle il vaccino fu suo padre, Lorenzo Giustiniani, allora 60enne, medico di professione che si offrì volontario per la campagna. «Era uno specialista del diabete – ricorda Emma -, ma da molti anni si occupava delle schermografie, analisi effettuate in particolare su commercianti di alimentari e bambini delle colonie per prevenire la diffusione della tubercolosi. Curò migliaia di baresi, arrivando ad avere le mani corrose dall’alcool, perché i guanti a disposizione dei medici erano pochissimi».

Il 12 ottobre del 1973, dopo 110 contagi e 6 morti, a Bari fu posta la parola fine all’emergenza. Ma la parola “colera” rimase nella memoria collettiva della città: minaccia costante nelle paure dei baresi tornata ad affacciarsi nel 1994, per fortuna, in quell’anno, solo con sparuti casi.

(Vedi galleria fotografica)
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