BARI – È uno dei soli tre baresi ad aver conquistato una medaglia d’oro alle Olimpiadi. Lui è Pietro Lombardi, trionfatore a Londra 1948 nell’antica disciplina della lotta greco-romana, sport che aveva praticato sin da adolescente all’interno della palestra della società Angiulli di Bari.
Lombardi, superando il turco Kenan Olcay in finale, fu tra gli italiani che riscattò il nome del Paese dopo l’umiliazione subita nella Seconda Guerra Mondiale. Dopo il ginnasta Francesco Martino (vincitore a Parigi 1924) e ben prima di Francesco Attolico (portiere della squadra di pallanuoto campione a Barcellona 1992), Pietro è quindi a oggi uno dei tre atleti baresi a essere salito sul gradino più alto del podio dei Giochi.
Abbiamo ripercorso la sua vita attraverso i racconti e le testimonianze fotografiche della figlia Vittoria e del nipote Saverio. (Vedi foto galleria)
Pietro, detto Pierino, nacque nel 1922 nella città vecchia in largo Santa Barbara (oggi largo Chiurlia) da una famiglia modesta. Il padre era un falegname e la madre casalinga, genitori di altri quattro figli.
A quindici anni si avvicinò allo sport e a sedici si innamorò della lotta greco-romana, alla quale alternava la lotta libera. «Odiava la boxe e perfino il calcio – ci racconta Vittoria –. Il primo a suo dire era un sport violento, mentre il secondo veniva da lui considerato un business improntato più ai soldi che alla bellezza del gioco di squadra».
Iniziò così ad allenarsi nella Società Ginnastica Angiulli, che negli anni 30 aveva sede in via Fieramosca, nel quartiere Libertà. Fin dagli esordi i suoi allenatori Pietro Sciannimanico e Fernando Lapalorcia riconobbero in lui un gran talento e lo spinsero ad abbandonare il lavoro da operaio per dedicarsi a tempo pieno all’attività di lottatore.
Il loro intuito non si sbagliava. Pierino partecipò infatti ai campionati nazionali nel 1942, anno in cui arrivò al secondo posto, aggiudicandosi poi consecutivamente sei tornei italiani tra il 1946 e il 1951. «Il fratello Lorenzo, anche lui molto forte, si fermò però molto prima – ci confida Saverio –: al momento del matrimonio fu infatti costretto, da quella che sarebbe diventata sua moglie, a scegliere tra lei e lo sport. E lui antepose l’amore a tutto».
Lombardi trascorse gli anni della Seconda guerra mondiale lontano dalla sua città natale per prestare servizio come vigile del fuoco a Napoli, senza però mai interrompere gli allenamenti.
«Tornò a Bari durante la fase di occupazione degli Alleati e spesso si esercitò "a fare a mazzate” con i soldati inglesi e americani – dice sorridendo Saverio –. Gli stranieri infatti si mostravano presuntuosi nei confronti dei baresi, ad esempio rifiutandosi di pagare per merce e servizi ricevuti. Ed ecco che mio zio interveniva per fare giustizia, costringendo loro a sborsare i soldi dovuti ai suoi amici e parenti».
Concluso il conflitto, arrivò il fatidico 1948, che segnò la ripartenza delle Olimpiadi dopo 12 anni di stop. A differenza di Germania e Giappone, l’Italia fu l’unico Paese sconfitto al quale venne data la possibilità di partecipare regolarmente alle gare della XIV edizione. E Pietro, all’epoca 26enne, fu tra gli atleti scelti per rappresentare un Paese che si presentò all’evento a testa bassa e con un’enorme responsabilità sulle spalle: riscattare l’onore della nazione.
Storie
La storia di Pietro Lombardi: uno dei tre atleti baresi ad aver vinto un oro olimpico
Oltre ai pregiudizi contro gli italiani, inevitabilmente ampliati dal fallimento del fascismo, l’atleta dovette fare i conti con i limiti del proprio fisico. Era infatti diverso dai tipici lottatori: alto solo un metro e 54 e perciò più vulnerabile ad alcune mosse della lotta greco-romana, come quella della “presa in cinta”.
Inoltre dava il meglio nella categoria dei pesi mosca, per la quale doveva però rimanere sempre entro il limite di 52 kg. «Per lui il peso rappresentò una vera e proprio ossessione - dichiara Vittoria -. Mio padre per giorni si limitò a bere il meno possibile, nutrendosi di sole zollette di zucchero e dormendo sotto pesantissime coperte di lana per sudare e perdere qualche grammo».
Nonostante le condizioni non del tutto favorevoli, Lombardi iniziò la sua avventura inglese nel migliore dei modi, riuscendo a battere in successione il danese Svend Aage Thomsen, l’egiziano Mohamed El-Abdel, il finlandese Reino Kangasmaki e lo svedese Malte Moller. Fino ad arrivare alla finale del 5 agosto nello stadio di Wimbledon contro il temutissimo e favorito turco Kenan Olcay più grosso ed esperto di lui.
La gara, che all’epoca durava 20 minuti, fu intensa e vide confrontarsi due grandi lottatori. Alla fine però Pietro ebbe la meglio, seppur di misura: con due decisioni a favore e una contraria trionfò alle Olimpiadi di Londra.
Al ritorno in patria fu ricevuto sia dal presidente del Consiglio Alcide De Gasperi che dal presidente della Repubblica Luigi Einaudi. Al Quirinale era presente anche un giovanissimo Giulio Andreotti, ministro del Lavoro, che chiese ai campioni olimpionici di esprimere un desiderio. A quella domanda Pietro non esitò e disse: «Voglio un lavoro». E così fu. Due settimane più tardi iniziò a lavorare per la Stanic di Bari, raffineria all’epoca attiva in via Bruno Buozzi.
«Il lavoro da impiegato servì a mio padre per mantenere la nostra famiglia, considerando che l’attività sportiva all’epoca non permetteva certo di arricchirsi», sottolinea la figlia. Naturalmente non potè mancare una festa celebrativa a Bari: Lombardi venne ricevuto da una berlina trainata da quattro cavalli e da una folla in giubilo.
Pierino negli anni che seguirono continuò a mietere successi, partecipando anche a numerosi tornei in giro per il mondo e alle Olimpiadi del 1952 a Helsinki, dove si accontentò di un ottavo posto. Dopo un incidente automobilistico nel 1954 (in cui riportò la frattura di una gamba e del braccio sinistro) e un bronzo mondiale nel 1955, decise di ritirarsi alla vigilia dei Giochi di Roma del 1960, quando con sua grande delusione gli fu preferito Luigi Chinazzo.
Ma il suo amore per la lotta lo portò a vestire successivamente i panni dell’allenatore fino agli anni 80, sempre nella sua Angiulli. Si spense nel 2011 all’età di 89 anni e nel 2015 gli fu dedicata una delle rotonde poste nei pressi dello Stadio San Nicola (largo Pietro Lombardi).
«Mio padre è ancora ricordato dai baresi – conclude Vittoria – e non solo per essere stato un lottatore e un allenatore, ma soprattutto per la sua disciplina e fermezza morale: qualità che lo hanno portato a vincere, in maniera gloriosa, alle Olimpiadi».
(Vedi galleria fotografica)