BARI - C’era u parambrèlle che aggiustava gli ombrelli, la mbagghiasègge che impagliava le sedie, u mulafùrbece che affilava gli utensili da lavoro, la vammàre che faceva nascere i bambini e le fèmmene de le pezze vecchie che scambiavano oggetti usati.
Stiamo parlando dei mestieri poveri di una volta, ma non quelli che venivano praticati in apposite botteghe (come il maniscalco, il conciabrocche, il funaio o il fabbro), ma quelle occupazioni che si svolgevano per strada, soprattutto tra le vie di Bari Vecchia.
“Professioni” ambulanti e in molti casi improvvisate, messe in piedi in epoche (vedi il Dopoguerra) in cui bisognava arrangiarsi per non morire di fame. Lavori che in alcuni casi hanno generato figure leggendarie, entrate nella memoria storica della città, come “Finella delle sgagliozze” o “Rosina de le pezze vecchie”.
Con l’aiuto dell’esperto di tradizioni baresi Nicola Cutino e del volume “Bari che scompare” di Anna Sciacovelli, abbiamo quindi fatto un tuffo nel passato alla ricerca dei mestieri di un tempo.
U parambrèlle (L’ombrellaio) - Oggi lo usiamo per ripararci dalla pioggia, ma un tempo l’ombrello era un corredo anche da passeggio: serviva come bastone di sostegno o per proteggersi dai raggi del sole, perciò era facile che si logorasse e si rompesse. Ad aggiustarlo c’erano però i parambrèlle (gli ombrellai), detti anche mbrellàre.
Era facile trovarli seduti sui pesùle, le grandi pietre situate agli angoli degli archi del centro storico con funzione di paracarri. E per attirare l’attenzione gridavano: “U parambrelle, u parambrelle!”.
Con le loro mani agili smontavano gli ombrelli e cercavano subito il difetto. «Le dita si muovevano con velocità impressionante – commenta Cutino -. Non si limitavano ad agire solo sul guasto principale, ma erano in grado di eliminare ogni piccola imperfezione, perfino il cigolio. E in cambio di questa preziosa opera più che soldi preferivano ricevere cibo per sfamarsi».
La mbagghiasègge (L’acconcia sedie) – Se u meste d’asce (il falegname) si occupava di riparare gambe e schienale delle sedie, spettava a la mbagghiasègge o seggiàre (l’acconcia sedie) il compito di raccomodare la seduta in paglia.
Si trattava di un lavoro spesso svolto dalle donne sull’uscio della loro casa, in quanto si riteneva che avessero più pazienza degli uomini nel completare lavori minuziosi.
Le signore iniziavano tagliando a misura la paglia di diversi colori (tra i più usati c’era il giallo alternato al verde), per poi bagnarla nei tini d’acqua così da renderla più maneggevole. E poi con le mani callose schiacciavano la festuca, ossia i fuscelli, intrecciandola con abilità fino a completare la base quadrata della sedia.
Storie
Bari, dall'ombrellaio all'arrotino: la storia e il ricordo dei mestieri poveri di una volta
A Bari Vecchia mbagghiasègge non ce ne sono più, sopravvivono però in qualche paese: ad esempio a Rutigliano, cittadina in cui opera il signor Gaetano Poli.
U mulafùrbece (l’arrotino) – Altro mestiere quasi completamente scomparso (anni fa ne contammo 4 in tutto l’hinterland barese) è u mulafùrbece (l’arrotino).
Prima l’arrotino si spostava con la bicicletta, trascinandosi sulla parte anteriore un trabiccolo con il tempo sostituito da un sistema a motore. Il macchinario era costituito da una mola circolare abrasiva azionata dai pedali della bici e refrigerata da un serbatoio posto in alto da cui cadevano gocce d'acqua. In questo modo si potevano affilare coltelli, forbici e roncole.
I suoi clienti erano soprattutto macellai, calzolai e massaie, che l’artigiano chiamava al grido «donne, è arrivato l’arrotino». Lavorava soprattutto per strada, nei portoni o sotto gli archi. E il costo per il suo servizio era molto basso, spesso frutto di una contrattazione con il cliente.
La vammàre (La levatrice) – Fino a qualche decennio fa non si partoriva in clinica, ma in casa. E a far nascere i bambini non era un medico, ma la vammàre (la levatrice, oggi chiamata ostetrica).
Le “vammàre” erano disponibili a qualsiasi ora del giorno e della notte e, al primo grido d’aiuto, si recavano in casa della partoriente per assisterla. Gli strumenti di cui si servivano erano un telo di plastica (incerata) che stendevano sul letto per non rovinarlo, vecchie lenzuola e fogli di giornale. Questi servivano a non sporcare di sangue il materasso. Poi indossavano i guanti e sterilizzavano le forbici e gli altri attrezzi nei pentoloni di acqua bollente.
Quello della levatrice era un mestiere che non si studiava sui banchi dell’università, ma si tramandava di generazione in generazione, grazie alle madri che lo insegnavano alle figlie. Pur non avendo titoli in campo medico queste donne erano però molto competenti, in grado di riconoscere ogni problema e di capire quando era il caso di chiamare un dottore.
Venivano pagate in base alla mole di lavoro e alle difficoltà riscontrate durante il parto e tornavano sempre a far visita alle neomamme per accertarsi sulla condizione di salute dei neonati.
Le fèmmene de le pezze vecchie (Le donne della roba vecchia) - Uno dei lavori più diffusi tra le strade della città antica era quello “de le pezze vecchie” (della roba vecchia). A praticarlo erano signore che caricavano sulle proprie spalle grossi sacchi di iuta con all’interno vecchi utensili da cucina, pentolame, piatti, bicchieri e tanti altri oggetti rigorosamente usati. Cose raccolte per strada, magari fuori da negozi, botteghe e ristoranti che li avevano gettati perché appunto “vecchi”.
Giravano per i vicoli del centro storico facendo un gran baccano e gridando: «Pezze vecchie da venne! A la vecchie l’ha da venne». Le clienti accorrevano sull’uscio di casa e scambiavano indumenti e scarpe con gli oggetti proposti. Si trattava quindi di un baratto, che si ripeteva come un rito ogni santo giorno.
