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Intolleranze alimentari, moda salutista o "male" del terzo millennio?
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Intolleranze alimentari, moda salutista o "male" del terzo millennio?

di  Lunedì 5 novembre 2012 3 min Letto 3.118 volte
BARI – Siamo diventati tutti intolleranti a determinati alimenti. C’è chi non mangia la carne rossa, chi evita i pomodori e chi ha una lista nera appesa al frigorifero come monito. Sembra quasi che sia in atto un'"epidemia". Chiunque parli con un nutrizionista scoprirà che il proprio corpo non accetta qualche "cibo". Gli alimenti più "pericolosi" risultano essere il latte e i suoi derivati, il frumento, i lieviti e l'olio vegetale.

«Oggi sono particolarmente diffuse le intolleranze alimentari, che spesso si intersecano e confondono con quelle chimiche o per i conservanti – spiega la nutrizionista barese Giovanna Lollino –. Le prime insorgono soprattutto quando si mangiano sempre gli stessi cibi. Non siamo più abituati a una dieta varia, tendiamo ad acquistare grandi quantità degli stessi prodotti al supermercato con il conseguente superamento della "dose soglia" (la quantità massima di queste sostanze che il corpo può reggere). Le intolleranze chimiche e per i conservanti continuano a espandersi perché i cibi che consumiamo sono ricchi di additivi e coloranti».

«Mio figlio da qualche mese non può più mangiare pomodori – spiega Luisa, una signora che ha scoperto l’intolleranza del suo bambino, di sette anni, verso i prodotti ricchi di istamina – Anche un semplice panino al pomodoro gli provoca macchie rosse sulla pelle e prurito. A casa evitiamo il sugo, la pizza rossa e i cibi in scatola».

Ma cosa sono le intolleranze? Quando il corpo umano non riesce a digerire un determinato alimento per una malfunzione propria dell’organismo si parla di intolleranza genetica, la quale accompagna l’individuo durante tutta la sua esistenza. Ci sono però anche intolleranze temporanee, causate da errate combinazioni tra i cibi o scarsa masticazione. I sintomi sono raramente indicativi: si va dalla cefalea ai i più seri eczemi cutanei, orticaria e pelle secca. Le intolleranze alimentari farebbero anche ingrassare perché provocano il malassorbimento intestinale e infiammazioni croniche dovute all’assunzione sistematica di determinati cibi.

A detta dei nutrizionisti, il processo di diffusione delle intolleranze avrebbe subito un’accelerazione nel terzo millennio a causa della vendita di prodotti scadenti e dell’inquinamento atmosferico e delle acque. Ma le cose stanno realmente così? O quella di controllare le proprie intolleranze alimentari è diventata sempliemente una moda per salutisti?

Consideriamo che i test disponibili per le intolleranze sono considerati senza fondamento scientifico perché non sono in grado di individuare gli agenti causali delle presunte disfunzioni gastrointestinali. La medicina convenzionale li ritiene non attendibili, in quanto non spiegano l’eziologia (la causa di una determinata classe di fenomeni), né sono riproducibili.

I test in questione rientrano nell'ambito della medicina "alternativa": provocazione e neutralizzazione sublinguale, analisi del capello, kinesiologia applicata e test di citotossicità, mineralogramma, iridologia. Esistono addirittura dei test “fai da te”, acquistabili in farmacia o su Internet, i cui libretti informativi spiegano come prelevare il sangue capillare e come leggere il referto delle analisi del sangue per scoprire quali alimenti non vengono digeriti dal nostro organismo.

Gli unici test finora riconosciuti dalla medicina tradizionale sono quello finalizzato all’individuazione della celiachia, l’intolleranza permanente al glutine e quello per il lattosio: si tratta infatti di analisi del sangue e delle urine effettuabili presso un qualsiasi ambulatorio o struttura ospedaliera.

Insomma c'è il rischio di sopravvalutazione del fenomeno. In fondo per scoprire che non si digerisce la cipolla c'è proprio bisogno del referto del nutrizionista?
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