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Essere orfano negli anni 60: «Una vita rovinata dalle suore di Terlizzi»
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Essere orfano negli anni 60: «Una vita rovinata dalle suore di Terlizzi»

di  Lunedì 20 luglio 2015 7 min Letto 44.430 volte
TERLIZZI - Dopo il nostro articolo sul brefotrofio, l'istituto barese in via Amendola che fino a trent'anni fa accoglieva i neonati abbandonati e indesiderati, sono tanti coloro che, avendo vissuto per pochi mesi o qualche anno in quel luogo, ci hanno contattato per chiederci informazioni utili per ricostruire la loro vita passata.

Perché tra i tanti neonati presenti nel brefotrofio c’è chi non è mai riuscito a trovare una nuova famiglia, condannato a vivere una vita priva di identità e radici, marchiato per sempre come "figlio di N.N.", “rimpallato” da un istituto all’altro, spesso vittima di suore ossessionate dalla disciplina e da regole senz’anima.

È questo il caso di Vincenzo Maggi, nato il 15 maggio 1957 a Bisceglie e ora residente a Verona. Per tanto tempo l'uomo ha tentato di conoscere la verità sulla sua storia, ma ogni volta questo diritto gli è stato negato. Oggi non è nemmeno certo della propria identità dato che nel corso della sua vita ha visto il proprio cognome trasformarsi da Manzi a Manzari per diventare poi definitivamente Maggi (probabilmente per il mese in cui è nato).
 
Il brefotrofio (vedi foto galleria) custodisce solo il suo primo anno e mezzo di vita, mesi però che rimangono avvolti nel silenzio e nascosti nell'angolo più buio della memoria. D'altronde era troppo piccolo per poter ricordare e le istituzioni ancora oggi incapaci di dare risposte. 
 
C'è qualche spiraglio di luce invece a far chiarezza sui tre anni successivi vissuti a Bari, all'interno della famiglia Fumai dove a prendersi cura di Vincenzo c'era una mamma e un papà e a fargli compagnia altri piccoli come lui. Ed è proprio in questa famiglia che inizia la sua storia. «Ricordo di essere stato un bambino abbastanza sopra le righe, vivace e irrequieto. Mi arrampicavo sui mobili e correvo per strada inseguendo camion- ammette Vincenzo -. E a quanto pare fu proprio questa mia iperattività a spingere le assistenti sociali, responsabili della mia tutela, a strapparmi dalle braccia della mia mamma adottiva e a rinchiudermi intorno al 1962 nell'Istituto Ancelle del Santuario di Terlizzi. Probabilmente credevano di agire per il mio bene o volevano semplicemente liberarsi di me stando in pace con la propria coscienza. Ma si sbagliavano: fu proprio quello il momento in cui ebbe inizio il mio inferno».
 
L'istituto raccoglieva bambini dall'età di due anni fino a quando diventavano maggiorenni (negli anni 60 la soglia era di 21 anni) e si trattava per lo più di situazioni problematiche (bambini disagiati, casi di abbandono, orfani). All'interno dello stesso edificio, ragazzi e ragazze vivevano separatamente ed erano sotto la guida di circa trenta suore che però dovevano rispondere agli ordini della suora superiora, nelle cui mani si concentrava la direzione dell'intero istituto.
 
Un sistema che funzionava perfettamente e in cui tutto era al proprio posto, tranne l'elemento più importante: i bambini. Quell'ambiente serio e rigido era di gran lunga lontano dal mondo spensierato e felice in cui ogni ragazzino vorrebbe e avrebbe il diritto di vivere. «All'ordine del giorno botte e percosse, umiliazioni e digiuno- ricorda Vincenzo-. E tutto ciò se non si sapevano le tabelline o la poesia a memoria, se si faceva la pipì al letto, se si era un po' esuberanti, se non c'era abbastanza silenzio o semplicemente se tutto non procedeva secondo le regole imposte dall'alto».

I primi anni furono particolarmente duri per lui. Vivere tra quelle mura gli suscitava talmente tanta rabbia da arrivare addirittura a graffiarsi il viso così tanto fino a farlo sanguinare. Provò anche a fuggire per tre volte ma sfortunatamente ogni volta senza successo.
 
L'unica boccata di libertà la respirava quando una donna bionda, di tanto in tanto, andava a trovarlo e lo portava via dal luogo del terrore, magari anche solo per qualche ora. Ma era proprio in quei momenti che Vincenzo, che allora aveva solo 8 anni, poteva passeggiare per la città, fare i giri sulle giostre e finalmente sentirsi amato. «Non ho mai conosciuto l'identità di quella donna, anche se lei mi chiamava per nome -spiega l'uomo-. Quello che so è che un giorno è sparita e non l'ho più rivista».
 
Ma ritorniamo all'interno dell'istituto delle suore. Ogni anno tra i tanti ragazzi ne veniva scelto uno tra i più maturi che aveva il compito di sorvegliare tutti gli altri: veniva denominato il "prefetto". Aveva il compito di controllare e di assicurarsi che ogni regola venisse rispettata. E ogni "controllore", in caso di negligenza, aveva un metodo personalizzato per punire i disobbedienti. C'era chi utilizzava la cosiddetta bacchetta di legno "Caterina" (chiamata così in onore della madre superiora), c'era chi costringeva a inginocchiarsi su cocci di noci e c'era chi ancora con il proprio pugno colpiva il viso di quello che in fin dei conti era un proprio coetaneo.
 
«Si trattava per lo più di ragazzi che sfogavano in questo modo la tanta rabbia accumulata, dopo essere stati vittime per anni e anni delle stesse torture - tiene a specificare il 58enne -. E lo stesso accadeva per le suore che si occupavano di noi: erano solo pedine nelle mani della superiora». Una monaca risparmiò però a Vincenzo il manicomio, alternativa che le assistenti sociali valutarono quando il bambino fu portato in istituto, sempre per il solito problema della "vivacità". «Non era di certo un angelo ma di fatto quella suora mi ha salvato -racconta l'uomo-. Diciamo che con noi ragazzi utilizzava sia la carota che il bastone. Alternava ad atteggiamenti violenti e aggressivi, momenti di sensibilità e di pentimento. Probabilmente è anche merito suo se sono riuscito a sopravvivere».
 
Maggi frequentava inoltre una scuola diversa rispetto agli altri, una scuola per ragazzi "meno intelligenti" o con problemi psico-fisici. «Spesso venivo chiamato dalla Superiora "u' stupd" ( in dialetto “lo stupido”)- afferma Vincenzo-. Ma l'essere considerato "deficiente" fu paradossalmente anche la mia salvezza». Difatti, i cosiddetti ragazzi “normali” se non raggiungevano ottimi risultati a scuola, venivano puniti severamente. 
 
All'età di 16 anni il ragazzo venne finalmente trasferito nel Centro Giovanile Acli (Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani) di Monopoli dove la realtà era decisamente migliore in termini di libertà. Si poteva uscire, c'erano degli orari più che flessibili e meno regole da rispettare. Anche se la situazione era sempre complicata e l'ambiente non era certo dei migliori. Spesso c'erano litigi cruenti tra i ragazzi, in cui scappavano anche accoltellamenti.
 
«Rimasi lì fino al 1977 circa, per poi decidere di imbarcarmi come marinaio su una nave mercantile, arrivando fino a Baltimora. Dopo il servizio militare, feci i lavori più umili -spiega Maggi- e raggiunsi addirittura Parigi per trovare impiego. Dopo circa cinque mesi ritornai in Italia, e dopo un breve permanenza in Trentino-Alto Adige, nel 1980 misi definitivamente radici a Verona. Ora sono operatore bibliotecario comunale ».

E quello che tutti additavano come "figlio di nessuno", ora una famiglia ce l'ha: una compagna che lo ama e amici su cui contare. Vincenzo è poi ritornato, con le ferite ancora aperte, in quei posti che hanno segnato a vita la sua adolescenza e che continuano tuttora a riflettersi nella sua quotidianità. Nonostante siano passati quasi cinquant'anni, l'istituto delle suore è ancora a Terlizzi. Certo ora ha cambiato funzione, è una casa di riposo ma nonostante questo sembra sia quasi impossibile cancellargli di dosso l'aspetto, i colori e i segni che un tempo l'hanno caratterizzato. (Vedi foto galleria)

«L'istituto mi ha segnato in maniera profonda, soprattutto a livello psichico - conclude amaro l'uomo -. Le suore hanno rovinato la mia vita».
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I commenti (14)
gina
anche io sono stata dalle suore immacolata a terlizzi dal 1967 al /73 era molto diverso non erano cosi cattive personalmente mi sono trovata bene............
Angelo Cassanelli
Anch'io ho vissuto la mia infanzia succube della rigida educazione cattolica, sia in parrocchia, a scuola che in famiglia. Ma per ia fortuna a 11 anni e mezzo, prendendo a sassi il mio odiato parroco, mi liberai per sempre di 'sti criminali con licenza a delinquere. Dal 31 maggio 2010, sbattezzandomi, ho dato il taglio definitivo alla chiesa. Spero che, nel frrattempo, lo abbia fatto anche il signor Maggi.
Eugenia Di Pierro
Anche io ho lavorato nell'<istituto di via Amendola per circa 19 anni prima come Vigilatrice e poi come Assistente Sociale a partire dal 1972....non posso essere di aiuto al signor Maggi ma se dovesse capitare forse potrei essere di aiuto per qualche altro caso....
Giacomo
Salve o letto questa pagina e volevo scrivere che anche io o visuto in quel istituto difronte cera un ospedale a terlizzi Bari tanti ricordi
Rosa
anche io ci ho vissuto per 4 anni, le suore erano davvero cattive, ero " salva" perch&egrave; avevo una famiglia presente, ma vedevo la incredibile violenza che le balorde usano sopratutto suor Fara, trascinava i ragazzi per i capelli per dei corridoi lunghissimi, e gi&ugrave; calci e pugni e bacchettate a non finire, tutto questo per un nonnulla, non provo nessun rispetto le le " capedipezza" .
CORMIO MATTEO
sono stato nell istituto dal 1961 al 1964 non ho avuto tanti problemi con suor fara chi mi conosce puo contattarmi su facebook sarei contento di ritrovare vecchi amici matteo cormio
Maggi
Gent. Sig. Direttore, chiedo scusa se sono ripetitivo, ma vorrei specificare: nel caso che qualcuno dei ragazzi che ha vissuto in istituto a Terlizzi presso le suore Ancelle, vuole contattarmi per scambio di idee ed esperienza sulla vita vissuta in istituto, pu&ograve; cercarmi su Facebook come Maggi Vincenzo; si pu&ograve; notare la foto in versione da calciatore. Grazie Vincenzo!
raffaele
mi chiamo raffaele de cesare,purtroppo anchio ho vissuto presso l'istituto suore ancelle del santuario di Terlizzi,insieme con le mie tre sorelle tutti in tenerissima eta',mi piacerebbe incontrare persone che all'inizio degli anni 70 erano con me,i ricordi non sono ovviamente belli, la storia di vincenzo maggi rispecchia perfettemente quello che era l'ambiente dell'istituto.
Angela
Salve sono Angela. Anche io sono stata insieme ai miei fratelli, in quel collegio. Erano i primi anni 80. Io devo dire la verit&agrave;, ho tanti ricordi sia belli che brutti di quel istituto. Ricordo con amore la suora che mi ha cresciuta. Suor Elvira. Per me &egrave; stata una mamma che purtroppo ho perso molto precocemente
ADRIANA
Salve SIg. Maggi sono una ragazza di 24 anni scrivo da Bari, le volevo chiedere se nella sua esperienza in collegio si ricorda di un ragazzo Nicola Pastore sarebbe stato mio zio ma non l'ho mai potuto conoscere a causa di una prematura morte. La mia famiglia non ne ama parlare ma io vorrei sapere tutto in merito e lei sarebbe cos&igrave; gentile se mi desse delle risposte, purtroppo non ho altre informazioni se non che ora avrebbe avuto 70 anni e non so neanche se il collegio in questione &egrave; il medesimo. La ringrazio tanto in anticipo. Adriana
MARIO CAMELIO
Maggi e Rosa hanno descritto perfettamente quello che accadeva in quell'orribile collegio. Salvo rarissime eccezioni le suore ed in particolare la mastina di suor Fara, ignorante e cattiva, era la peggiore fra tutte le monache presenti. Erano quattro frustrate e sfogavano le loro frustrazioni sulla nostra pelle. Questa &egrave; la verit&agrave;. Ora mi fanno solo pena. Non serbo alcun rancore nei loro confronti ad eccezione di suor Fara, che detesto come persona...Un cordiale saluto...
Stefano
Cosa aspettate a denunciare?
MARIO CAMELIO
Il mio calvario prosegue intorno ai 16/17 anni. Mi trasferirono dal collegio di Terlizzi in Calabria e precisamente a Vibo Valentia in un collegio gestito dai fratelli delle scuole cristiane. Lo stesso era diretto da un bastardo di prete e di una cattiveria unica. La mia triste esperienza fin&igrave; dopo un anno circa scappando di notte.
Stefano Pettinelli
Negli anni '60 ero in collegio a Viciomaggio vicino ad Arezzo, il Medaglia Miracolosa. Era un luogo del diavolo infestato da monache crudeli e maligne. Ho visto fare delle cose a dei bambini di 6 anni uguale nei lager nazisti. Spero che siano morte tutte di tormenti e sofferenze e che se esiste un luogo in cui scontare il male che hanno fatto , ci rimangano in pianta stabile.