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Filippo Mitola, il campione di karate diventa poeta: «Racconto l'Istante»
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Filippo Mitola, il campione di karate diventa poeta: «Racconto l'Istante»

di  Venerdì 11 aprile 2014 3 min Letto 10.748 volte
BARI - «Se non capiamo che in questo viaggio chiamato vita siamo noi il punto di partenza, non riusciremo mai a comprendere il significato dell’arrivo». Con questa dedica, Filippo Mitola (vedi foto galleria), campione mondiale 2013 di Karate nella disciplina del Kumite, introduce la sua prima raccolta di poesie dal titolo “Dialogo incompreso”.  Originario di Ceglie del Campo, il 50enne karateka ha intrapreso un nuovo percorso, quello dell’arte. Lo abbiamo incontrato.
 
Chi è Filippo Mitola?

Sono una persona normale. Da piccolo sentivo la continua sensazione di essere osservato ma non riuscivo a capire cosa fosse. Ho compreso poi che si trattava di energia, la stessa che mi ha permesso di diventare un campione, perseguendo degli obbiettivi e non mollando mai.

Ora però hai intrapreso la strada della poesia…

Questo progetto nasce da una necessità. Penso di essere un tramite di qualcosa che devo mettere fuori e condividere. Energia universale che deve porsi al servizio di tante persone. Questo libro sta dando gioia a molti lettori perché parla di una cosa semplice: la vita. Dico sempre a chi si avvicina alle liriche di “Dialogo incompreso”  di guardare e leggere questo libro col cuore aperto e con un vero senso di libertà, senza limiti, pregiudizi e preconcetti.

Alcuni tuoi versi si rivolgono a dei “cavalli selvaggi”. Chi sono?

Il cavallo selvaggio  è Filippo Mitola, è il “non io”, la purezza, la parte originaria, quel luccichio di quando siamo nati. Una purezza che poi viene contaminata e sporcata dalla fuliggine del vivere quotidiano e da pensieri di ogni tipo.

“Graffio sanguinante”, il titolo di un’altra lirica, ha invece a che fare con la violenza del karate?

No. Quando le persone sono accanto a me abbassano la guardia e si sentono libere. Nel karate non puoi permetterti di abbassare la guardia, altrimenti vai a terra. La tematica principale del “Graffio sanguinante” e di tutta l’opera è l’Istante. Non esiste passato e futuro ma solo l’attimo presente, un susseguirsi di emozioni, un istante che dà quel “graffio sanguinante” che ti fa sentire vivo.

Ma una persona abituata a combattere può avere la sensibilità di un poeta?

Certo. “Dialogo in compreso” è come una noce il cui guscio è duro ma che ha un interno tenero. Il karateka e il poeta sono due amici che hanno camminato per sentieri paralleli e alla fine si sono incrociati.

Quindi le arti marziali possono sviluppare dei sentimenti “nobili”…

Attraverso il linguaggio del corpo si possono stimolare la sofferenza fisica, la determinazione nel perseguire degli obbiettivi e il rispetto verso l’avversario. Lo scopo non è distruggere la persona ma renderla innocua e, come si dice per l’Aikido, diventare tutt’uno con l’avversario dimostrandogli il tuo bene. Non basta sviluppare la forza ma bisogna allenare lo “spirito sublime” che è quello dell’umiltà. Fondamentale è il ruolo del maestro. Come dice il fondatore del karate moderno, Gichiu Funakoshi, il maestro è «colui che è riuscito ad abbattere l’avversario più temibile», cioè sè stesso.

Pensi che il tuo “dialogo incompreso” possa essere compreso?

Penso di potermi far capire. Le persone sono assopite dai ritmi frenetici, da nozionismi, titoli e apparenze, tutte qualità negative che sovrastano la bellissima purezza originaria dell’essere umano. Io sto cercando di far comprendere tutto questo.
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