ALESSANDRIA – «Si trattava di due persone totalmente diverse che avevano un modo differente di vedere il calcio. Però entrambi non si accontentavano mai: volevano sempre che migliorassimo le giocate che facevamo in campo».
Il 39enne Alessandro Gazzi (nella foto), ex calciatore biancorosso, descrive così i tecnici che hanno allenato l’ultimo grande Bari: quello che tra il 2009 e il 2010 vinse il campionato di serie B per poi raggiungere nell’annata successiva il decimo posto in A. Sulla panchina di quella squadra (messa su dal sapiente lavoro del ds Giorgio Perinetti) si sedettero Antonio Conte prima e Gian Piero Ventura poi: due mister che riuscirono a portare nel capoluogo pugliese risultati e soprattutto bel gioco.
Alessandro di quel Bari era uno dei centrocampisti centrali. Mediano tuttofare dotato di notevole fisicità e di un buon piede sinistro, veniva definito la “diga” dai tifosi per la sua capacità di frenare le avanzate degli avversari.
Disputò 6 stagioni e mezza con i Galletti, totalizzando 225 presenze in campionato condite da 6 reti. Rimase in biancorosso sino all’amarissima retrocessione in B del 2011, contraddistinta anche dallo scandalo del calcioscommesse. Lui fu tra i pochi a non essere accusato di essersi venduto le partite, anche se venne deferito per omessa denuncia patteggiando 3 mesi e 10 giorni di squalifica.
Dopo aver intervistato altre “vecchie glorie” del Bari come Bergossi, Perrone, Protti e Garzja, abbiamo parlato con Gazzi, oggi collaboratore tecnico dell’Alessandria e aspirante scrittore.
Il tuo rapporto con la Puglia nasce nel 2004, quando ad appena 21 anni decidi di trasferirti dalla Viterbese al Bari…
Ma nel 2007, durante il mercato invernale, passasti alla Reggina.
Avvenne nelle ultimissime ore di mercato. Quell’anno la Reggina disputava la A e la mia ambizione era quella di confrontarmi, per la prima volta in carriera, con la massima serie. Così decisi di andarmi a giocare le mie chance in Calabria.
Nel giugno dello stesso anno però la comproprietà fu risolta a favore dei biancorossi: tornasti così in Puglia. E da quel momento iniziò il periodo magico del Bari.
Tutto cominciò con l’arrivo di Conte. Dopo il drammatico derby perso in casa contro il Lecce per 0-4, il 29 dicembre 2007 il ds Perinetti chiamò, in sostituzione di Materazzi, il mister leccese. Lui diede una vera e propria sterzata al cammino della squadra, regalandoci una nuova identità. Iniziammo a praticare sin da subito un modulo molto offensivo, ovvero il 4-2-4, caratterizzato da passaggi smarcanti e gioco di fascia. In poco tempo riuscimmo a ricompattarci e a raggiungere un’ottima intesa che ci portò alla salvezza. E grazie alla sua determinazione e al lavoro sui singoli, io cominciai a migliorare giorno dopo giorno.
E veniamo all’incredibile stagione del 2008/2009: quella del ritorno in serie A.
In estate la squadra si arricchì di ottimi elementi come il difensore centrale Ranocchia e gli attaccanti Barreto e Caputo. Inizialmente le ambizioni non erano quelle di vincere il campionato a tutti i costi, ma pian piano ci rendemmo conto che stavamo riuscendo a imporci con tutti: eravamo diventati temibili. E durante il mercato di gennaio arrivarono quei rinforzi che ci diedero la consapevolezza di poter compiere il grande salto. La punta Vitalij Kutuzov e gli esterni Davide Lanzafame e Stefano Guberti aggiunsero qualità alla rosa e ci portarono direttamente ai vertici della classifica. Fu un susseguirsi di successi e alla fine, con un mese di anticipo dalla conclusione del campionato, fummo promossi in A, raggiungendo anche il primo posto e regalando un’enorme soddisfazione ai tifosi.