CASAMASSIMA - Punteggiano la campagna con il colore chiaro della loro pietra calcarea e i caratteristici campanili a vela, conservando al loro interno colorati e antichi affreschi. Sono le chiese rurali di Casamassima: una ventina di edifici religiosi che caratterizzano l’agro del paese a sud di Bari.
Se infatti le città più grandi del Barese hanno pian piano visto il loro patrimonio culturale extramoenia scomparire per via dell’espansione urbanistica (vedi il capoluogo pugliese), Casamassima è riuscita invece a preservare le sue chiesette grazie alla vastità della campagna circostante e al limitato ampliamento del suo centro urbano.
I più antichi di questi luoghi risalgono addirittura al IX-X secolo, i più recenti al XVII-XIX secolo quando, in una fase di ritorno alla vita di campagna, fiorirono le masserie di proprietà di famiglie nobili.
A quest’ultimo gruppo appartengono, tra le tante, la chiesa di San Michele Arcangelo della famiglia Amenduni, la settecentesca Addolorata dei Martinelli, San Michele dei Caracciolo e due cappelle dedicate a San Pasquale dei signori Latilla.
Le più datate e rilevanti dal punto di vista storico e artistico sono invece Santa Maria del Soccorso e San Lorenzo de Autò, le quali mostrano un’evidente impronta orientale.
Tra il VII e l'VIII secolo cominciarono infatti ad arrivare in Puglia i monaci basiliani, in fuga dalla Siria da poco conquistata dagli Arabi. L'afflusso dei religiosi continuò anche nei secoli successivi, a causa delle persecuzioni degli iconoclasti in atto nelle loro terre. I basiliani fondarono così diverse chiese, prima utilizzando ipogei e grotte del territorio e in seguito edificando veri e propri monasteri.
Siamo dunque andati a visitare le due chiese rurali più importanti e sorprendenti di Casamassima accompagnati da alcuni soci dell’Archeoclub locale, associazione che gestisce i due edifici. (Vedi foto galleria)
Santa Maria del Soccorso - Uscendo dal centro abitato lungo la strada per Acquaviva, giungiamo nei pressi del cimitero. Superato l’ingresso del camposanto, accediamo a una zona alberata con al centro un’area lastricata. Qui sorge la chiesa di Santa Maria del Soccorso.
Costruita dai basiliani intorno al 1000, fu ampliata nel XIII secolo in età normanna ed è oggi è di proprietà del Comune e viene aperta in occasione di eventi e celebrazioni particolari.
I muri esterni in bugnato delineano un corpo di fabbrica piuttosto schiacciato, coperto da un tetto a spioventi. Un profilo “a capanna” decisamente singolare che si differenzia dalla tendenza generale delle chiese medievali a slanciarsi verso l’alto.
La facciata si sviluppa infatti in orizzontale ed è sormontata da un alto campanile a vela, mentre sul lato opposto sporge un’abside con copertura a semicalotta.
Una volta entrati ci ritroviamo in una struttura a tre navate sulle cui pareti fanno bella mostra di sé numerosi resti di affreschi databili tra il XIII e il XVI secolo.
Tra i più antichi: il Cristo Pantocratore del catino absidale (figura tipica dell’iconografia bizantina) e la Santa Lucia raffigurata più in basso a destra mentre regge il piatto su cui sono posati i suoi occhi. Più tarda è invece la Sant'Elena protettrice dei pellegrini, con la croce sulla semicolonna del presbiterio.
Al XV-XVI secolo risale l’unico affresco rimasto integro: quello della Madonna con Bambino su un pilastro a destra della navata centrale, proprio di fronte all’ingresso. La Vergine, con veste rossa e manto azzurro che l’avvolge, regge suo figlio che in mano stringe una rondine, simbolo della Passione.
Sul viso imberbe del Cristo Pantrocratore ci viene svelato un particolare. «Le orecchie sono in una posizione innaturale - fa notare l’esperto di storia e arte Giuseppe Monfreda -. In origine dovevano essere i nasi di altri due volti che si dipanavano da quello centrale. Era la raffigurazione della Trinità, in parte cancellata dopo la Controriforma del XVI secolo quando si vietò ogni rappresentazione di Dio con fattezze umane».
In realtà anche le vicende architettoniche della chiesa sono state piuttosto travagliate. «In origine era a una sola navata divisa in due campate con volta a crociera – rivela l’esperto -. L’ampliamento del XIII secolo aggiunse le navate laterali con copertura a botte e il campanile».
Reportage
Millenarie, affrescate e dall'impronta orientale: sono le chiesette rurali di Casamassima
Poi, durante la Seconda Guerra Mondiale vi alloggiarono i soldati alleati che commisero diversi scempi. E con i successivi restauri di fine anni 50 si decise di abbattere un edificio che sorgeva accorpato alla navata sinistra.
«Ma non si tenne conto che quel fabbricato si innalzava sulle due cappelle laterali della chiesa – sottolinea Monfreda -. La distruzione portò così al crollo di queste, di buona parte della navata mancina e di alcuni contrafforti della facciata, oggi visibili solo in alcune foto di inizio 900».
Badia di San Lorenzo de Autò - Rientriamo ora verso il centro di Casamassima e imbocchiamo la strada per Turi. Dopo un paio di chilometri prendiamo un viottolo sulla sinistra e arriviamo a uno slargo che si affaccia sulla sponda mancina di Lama San Giorgio.
Qui sorge la bianca chiesetta di San Lorenzo de Autò, un tempo parte di un monastero (da qui l’appellativo di “badia di San Lorenzo”). Proprietaria del tempio dal 1295 è la Basilica di San Nicola di Bari a cui quell’anno papa Bonifacio VIII cedette l’abbazia di Ognissanti di Valenzano a cui San Lorenzo faceva capo.
Fino all’inizio degli anni 60 del 900 San Lorenzo fu meta di pellegrinaggi, ma l’esondazione della lama del 1963 provocò molti danni e la tradizione si interruppe per sempre.
Ma qual è il significato del termine “autò” che accompagna il nome del santo a cui è intitolata la chiesa?
«In lingua greca dell’Alto Medioevo si traduceva con “orecchio” – rivela la nostra guida –. L’edificio infatti in origine doveva presentare delle strutture simili a delle orecchie: le absidi laterali. Attigua a quella sinistra vi era poi il corpo di fabbrica che probabilmente ospitava le cellette dei monaci bizantini: queste però crollarono del tutto, insieme alla stessa abside, tra il XVIII e l’XIX secolo.
Entriamo ora dal portale principale per ritrovarci di fronte a una sola lunga navata con volta a botte.
«In origine l'edificio aveva pianta rettangolare con tre absidi e copertura a capriate, secondo il tipico modello delle prime chiese cristiane siriane – dice Monfreda -. Furono proprio i monaci siriani infatti a costruire la badia. Le modifiche arrivarono nel 500: la navata fu allungata e venne rifatta la facciata a cui venne aggiunto un piccolo campanile a vela. Il tetto del X secolo fu invece sostituito con l’attuale volta a botte. Infine nel 1887 l’abside venne murata e al centro della nuova parete fu ricavata una nicchia per ospitare la statua di San Lorenzo. Scultura che oggi si trova in un incavo sulla sinistra».
L’interno della chiesa, come Santa Maria del Soccorso, conserva una serie di pregevoli dipinti murari.
«Sono risalenti al 1500 – avverte l’esperto –: riproducono quelli realizzati nel X secolo che probabilmente furono coperti con l’inspessimento dei muri laterali durante il restauro del XVI secolo».
Il meglio conservato è la Madonna con Bambino sul lato sinistro. «Un dipinto in cui lo sguardo della Vergine è rivolto verso Lama San Giorgio – fa notare la guida -: a sottolineare così il rapporto cruciale tra l’acqua e il contesto contadino in cui è sorta la badia. Da notare poi come il braccio di Gesù passi dietro al collo di Maria: sembra quasi che sia il Bambino a presentare ai fedeli sua Madre e non il contrario, come avviene invece nella tradizione iconografica occidentale».
Notevoli anche gli affreschi dell’abside, tornati alla luce con i restauri eseguiti a cura dell’Archeoclub a fine anni 90. «Facendo demolire il muro ottocentesco che nascondeva l’abside emersero affreschi di varie epoche – rivela Monfreda –. Quelli più antichi in realtà non sono riconoscibili, mentre quelli del XVII secolo rivelano diverse figure religiose».
Distinguiamo quindi la scena del martirio di San Lorenzo e la figura della Madonna con il sole, fonte di luce, alle sue spalle. Al centro invece c’è San Sisto Papa con quattro angeli. L’ambientazione richiama il mondo agricolo e di nuovo la presenza dell’acqua.
Ma c’è un particolare che spicca sugli altri: la Vergine non calpesta solo il serpente, classico emblema del male, ma anche una mezzaluna, simbolo dell’Islam. Un richiamo alle persecuzioni arabe contro i monaci cristiani, che portarono alla fuga di questi ultimi dalla Siria verso l’Occidente.
(Vedi galleria fotografica)
teobaldo de leonardis
Complimenti, bellissimo srticolo