Una millenaria chiesa affrescata e 13 grotte: è il Casale dei santi Andrea e Procopio di Monopoli
Reportage

Una millenaria chiesa affrescata e 13 grotte: è il Casale dei santi Andrea e Procopio di Monopoli

di  Venerdì 3 aprile 2026 6 min Letto 2.768 volte
Una millenaria chiesa affrescata e 13 grotte: è il Casale dei santi Andrea e Procopio di Monopoli
Foto di Paola Grimaldi
MONOPOLI – Un vasto villaggio rupestre dell’XI-XII secolo composto da ipogei e grotte che conserva una chiesa affrescata e ricca di iscrizioni. È la descrizione del Casale dei santi Andrea e Procopio, luogo millenario che sorge ai piedi di Masseria Rosati, lungo le sponde della verdeggiante lama dell’Assunta di Monopoli.

Il territorio della città costiera in provincia di Bari è ricco di cripte e insediamenti rupestri sia nel centro abitato che nelle campagne (come la chiesa dello Spirito Santo). Uno dei più suggestivi e rilevanti è proprio il Casale, scavato per fungere da villaggio-stazione di sosta per viandanti, mercanti e militari lungo una delle principali arterie di comunicazione del tempo: la via Traiana. Vissuto e ampliato nei secoli, ha mantenuto la sua funzione agricola fino al secolo scorso.

Siamo così andati a visitarlo approfittando dell’apertura del sito organizzata dal Gruppo Fai Sud-Est barese. (Vedi foto galleria)

Lo raggiungiamo percorrendo la statale 16 in direzione sud e svoltando verso contrada l’Assunta, a metà strada tra Monopoli e Fasano. Seguiamo le indicazioni per ritrovarci su silenziosi viottoli di campagna, cinti da muretti a secco, oltre il quale si distendono uliveti e campi coltivati.

Siamo all’interno della lama dell’Assunta, ampio solco carsico scavato nei millenni dall’acqua piovana, che va a sfociare in prossimità del borgo balneare Capitolo.

Dopo 200 metri raggiungiamo l’ingresso dell’ottocentesca Masseria Rosati, edificio su due livelli color rosa antico. «Abbiamo ereditato la tenuta da Francesca Rosati, zia nubile di mia moglie – ci spiegano i proprietari Nicolò Pascale e Domenica Semeraro, indicandoci una targa in marmo a lei dedicata -. Fu suo padre a comprarla e restaurarla nel 1929, quando veniva chiamata Masseria dei santi Andrea e Procopio, prendendo il nome della chiesa rupestre qui presente».

Superiamo l’edificio e, tramite una scaletta in pietra, scendiamo nell’adiacente lama, dominata da rigogliosi ulivi, le cui fronde fanno ombra alle tante grotte che compongono il villaggio. Questi ambienti furono scavati nel banco roccioso probabilmente dai monopolitani rifugiatisi nelle campagne a seguito della distruzione della città nel 1042, durante la guerra tra il catapano bizantino Maniace e l’esercito normanno

La prima grotta che visitiamo è proprio la chiesa rupestre dei santi Andrea e Procopio, che dà il nome all’intero casale. (Vedi video)

L’ingresso è composto da un prospetto con tre diversi ingressi: i due laterali arcuati e quello principale squadrato e sovrastato da una finestrella superiore. Originariamente doveva essere presente anche un timpano centrale, lievemente cuspidato, ormai distrutto.

L’accesso è ornato da una croce greca e da una lunga epigrafe dedicatoria in latino che menziona i finanziatori della chiesa Giovanni, Alfano, Pietro e Paolo, il diacono Giovanni (maestro e costruttore) e i sacerdoti Giaquinto e Rodelberto. Leggiamo inoltre che il tempio fu consacrato, alla presenza dell’arcivescovo Pietro, il due novembre di un anno non precisato che ricerche storiche datano tra il 1075 e il 1125.

Accediamo all’interno che si compone di un’unica aula quadrata di circa 50 metri quadri, con soffitto piano e pareti articolate da sporgenze e nicchie. Sulla destra notiamo anche uno stretto cunicolo che conduce a un piccolo vano usato anticamente come camera sepolcrale.

Il pavimento si presenta terroso e con segni di umidità alla base delle pareti. «Fino al 2007, quando pioveva, la chiesa si allagava interamente – ci spiega Nicolò -. Così abbiamo scavato un canale di scolo nella lama per evitare che l’acqua entrasse qui dentro».

Avvicinandoci ai muri notiamo croci e iscrizioni religiose e, pur coperti dalla polvere del tempo, scorgiamo anche i brillanti colori di antichi affreschi realizzati in più fasi tra il XII e il XVII secolo, a testimonianza della continuità di culto nel luogo. Decori che un tempo dovevano ricoprire l’intero ambiente che oggi si presenta in buona parte spoglio.

Nel naos (area antistante riservata ai fedeli) resta visibile un san Giorgio a cavallo e frammenti di figure di altri santi. Una iconostasi a doppio fornice con finestrelle delimita la parte del bema (spazio rialzato per il rito), diviso in quattro celle da arcatelle e muretti, dove invece le decorazioni si sono conservate quasi integralmente.

Sulle pareti laterali dei transetti riconosciamo invece le figure di sant’Eligio, i santi Cosma e Damiano, una scena di Annunciazione e, sul lato opposto, i santi Pietro e Paolo. Nelle due nicchie absidali, decorate con motivi vegetali e geometrici, vediamo anche una Deesis, dove il Cristo sorregge Gesù crocifisso tra san Giovanni Battista e sant’Andrea, una frammentata Madonna con Bambino con, sulla destra, san Leonardo (o Leonzio).

L’elaborata decorazione pittorica della chiesa unisce, in un ciclo unico, santi orientali ad altri il cui culto appartiene alla cultura occidentale italo-normanna.

Torniamo all’esterno e ci spostiamo sul lato occidentale della lama dove, sotto ulivi e muretti a secco, si celano altre 13 grotte, disposte ai lati di un sentiero sterrato, utilizzate dagli abitanti del villaggio come laboratori agricoli e abitazioni. Alcune hanno conservato l’originario accesso scavato nella roccia altre invece sono chiuse da murature in tufo con arcate, finestre, nicchie e ganci per gli animali, realizzati in epoche successive.

Vari anfratti sono attualmente utilizzati come deposito per balle di paglie, altri invece si mostrano ancora nel loro stato originario. Presentano tutti una simile composizione planimetrica, suddivisa in differenti ambienti. Quello centrale più grande dedicato alle attività comuni e altri laterali con nicchie, alcove, giacigli, mangiatoie per animali e sfiatatoi sul soffitto, usati come prese d’aria o per i fumi dei fuochi domestici.

Le grotte più grandi erano adibite a palmenti per la pigiatura dell’uva, frantoi per la produzione di olio (con tanto di vasche per la decantazione) o molini per la lavorazione del grano. In alcuni locali sono ancora presenti le massicce le macine in pietra utilizzate durante le attività agricole.

In un altro ambiente scorgiamo persino un forno in mattoni perfettamente conservato. «Fino a qualche decennio fa lo usavamo ancora per cuocere il pane – raccontano i proprietari -. Oggi funziona ancora anche se non lo accendiamo più come un tempo».

Proseguiamo sul sentiero, dove è presente un antico pozzo, che ci conduce nella verdeggiante lama dove secolari ulivi, fiori ed erbe spontanee compongono un dipinto rurale davvero suggestivo.

Risaliamo sul lato opposto della vallata dove incrociamo le ultime grotte del villaggio rupestre. I proprietari ci conducono infine all’interno della masseria che ospita un vero museo della civiltà contadina, allestito in un vasto locale con volte a stella e pavimento in chianche. Nell’ambiente vi sono due grandi frantoi, attivi fino agli anni Settanta, con massicce macine in pietra, bilance, presse e strumenti agricoli di ogni genere. Tra le varie attrezzature trovano spazio anche un calesse in legno e auto d’epoca.

 «La nostra famiglia continuerà a prendersi cura di questa tenuta – conclude Nicolò prima di salutarci -. Abbiamo sempre accolto chiunque arrivasse qui desideroso di scoprire la storia del casale rupestre. La mia speranza è che le istituzioni ci aiutino a salvaguardare e valorizzare questa bellezza millenaria».

(Vedi galleria fotografica)

Nel video (di Giancarlo Liuzzi e Gaia Agnelli) la nostra visita al Casale dei santi Andrea e Procopio:

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