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Torrioni, cortili e ipogei: a Carbonara di Bari c'θ un castello normanno dell'XI secolo
Reportage

Torrioni, cortili e ipogei: a Carbonara di Bari c'θ un castello normanno dell'XI secolo

di  Mercoledì 25 febbraio 2026 6 min Letto 4.569 volte
foto di Paola Grimaldi
BARI - Non sarà il castello delle favole, ma ha tante storie da raccontare. A Carbonara, quartiere di Bari a sud-ovest del centro cittadino, resistono a tutt’oggi i resti di un antico maniero, le cui origini risalgono alla dominazione normanna in Puglia. Un luogo divenuto crocevia di popoli arricchito anche da un piccolo ipogeo che un tempo ospitava botteghe artigiane e che oggi accoglie iniziative storiche e culturali. (Vedi foto galleria)

La vecchia fortezza è compresa in un intero isolato racchiuso da via Santa Barbara, piazza Castello, via Sant’Anna e piazza Trieste. È in quest’ultimo slargo che incontriamo le nostre guide: Vito Vessio, custode delle chiavi del castello, e Rocco De Adesis, presidente della Pro Loco.

I due ci fanno subito notare basso edificio in stato di abbandono, con la facciata rossa scorticata e una serranda semi arrugginita. «Non sembra, ma questo era il fianco occidentale del castello», afferma Vito.

Svoltiamo a sinistra su via Sant’Anna e passiamo davanti a un piccolo condominio su tre livelli. Ancora pochi passi, però, ed ecco una struttura che ci proietta indietro nel tempo. All’angolo tra via Sant’Anna e piazza Castello c’è infatti un massiccio torrione quadrangolare diviso in due livelli. Se quello sovrastante è interamente intonacato, quello inferiore lascia intravedere il bugnato originario. «La torre è l’unica parte del castello medievale ancora esistente», rivela Rocco che ne conosce perfettamente le vicende.

«La sua storia ebbe origine verso la fine dell’XI secolo – racconta -, quando il normanno Roberto il Guiscardo volle costruire un maniero ai confini dell’abitato dell’epoca. L’edificio fu poi completato dal figlio Boemondo d’Altavilla. La sua funzione non fu mai di difesa o avvistamento: per i nobili doveva essere piuttosto il simbolo del controllo esercitato sul territorio».  

Il tutto va naturalmente contestualizzato nella storia del borgo. «In età romana Carbonara non esisteva – racconta il presidente della Pro Loco – e il suo territorio ospitava le necropoli della vicina Cælia, città fondata dai Peuceti. Un primo insediamento carbonarese sorse intorno al 1000. Nel 1071 Roberto il Guiscardo conquistò Bari e divise in feudi il contado attorno alla città. Da allora si cominciò a definire Carbonarium l’area tra Bari e Ceglie».

E fu proprio qui, nel 1156, quando Guglielmo il Malo distrusse il capoluogo pugliese, che si rifugiarono molti baresi, portando quindi all’ampliamento del centro abitato che, come altri borghi rurali, fu posto sotto il controllo dei vescovi di Bari.

Mentre passeggiamo su piazza Castello, sulla quale si affacciava la facciata principale della rocca, le nostre guide narrano dell’evento più famoso che vi ebbe luogo. «Nel 1347 re Luigi I d’Ungheria si diresse verso Napoli con il suo esercito per vendicare l’assassinio del fratello Andrea – racconta Rocco -. Nel 1348 i magiari spadroneggiarono in tutto il Sud Italia e nel 1349, con il supporto di carbonaresi e cegliesi, accerchiarono Bari, senza però riuscire a espugnarla».

Così a settembre di quell’anno le parti si ribaltarono. Con gli ungheresi impegnati nell’assedio di Corato, i baresi si vendicarono di Carbonara devastandola. «Molti abitanti riuscirono a fuggire – spiega ancora De Adesis -, ma una decina di loro si asserragliò nel castello, cercando di difenderlo con pietre, zappe e forconi».

Tuttavia la resistenza fu vana. «Gli assalitori demolirono una porta murata e penetrarono nel palazzo armati di spade – conclude l’esperto -: qui massacrarono i dieci paladini che si erano rifugiati nella parte superiore dell’edificio».  
 
Da quel momento Carbonara e il suo castello tornarono sotto il dominio dei feudatari, passando nelle mani di diverse famiglie: de Affatis, Rogadeo, de Rubeis, Caracciolo, de Angelis, Pappacoda. Dal XV al XVIII secolo il maniero divenne poi il luogo in cui venivano riscosse le tasse e amministrata la giustizia, oltre a ospitare carceri, frantoi e varie attività produttive.

«Nel 1798 Ferdinando IV di Borbone abbandonò Napoli incalzato dai francesi – narra ancora De Adesis – e nel 1806 il re partenopeo Giuseppe Bonaparte abolì la feudalità e istituì i comuni. Così la fortezza fu ripartita in tante piccole proprietà e venduta ai privati da Giacomo Filomarino, esponente dell’ultima famiglia di feudatari carbonaresi».

Il prospetto che dà su piazza Castello, del resto, è una vera linea del tempo che rende bene l’idea di tutte queste trasformazioni. Se all’estremo sinistro resiste ancora il torrione dell’XI secolo, la parte centrale è suddivisa in tre parti, ognuna con porte e scale di accesso, prova evidente di come il vecchio maniero sia stato frazionato e trasformato in abitazioni. Mentre a destra al posto di un’altra torre troviamo un moderno edificio residenziale.

Varchiamo ora un cancello su via Sant’Anna ed entriamo nel cortile. «Qui si riunivano i cittadini per discutere le questioni comuni e per eleggere i loro rappresentanti - ricorda Vito –. Attigua al cortile vi era poi una chiesetta, anch’essa dedicata a Sant’Anna, in cui la popolazione partecipava alla messa domenicale».

Girando lo sguardo lungo il perimetro interno dello spiazzo, si notano ancora i resti della balconata da cui si affacciavano i signori e un primo piano, ormai in stato di abbandono, frutto del rifacimento dell’edificio realizzato sotto la dominazione spagnola. 

Da una porta laterale accediamo quindi all’interno dell’edificio e diamo un rapido sguardo a un paio di ambienti oggi utilizzati per eventi pubblici: un lungo salone adibito a sala conferenze e una stanza sulla destra arredata con tavoli e sedie. «Sono due delle tante stanze del vecchio maniero - spiega Rocco -. A metà del 600 il castello era dotato di stalle, magazzini, camere, cucine e finanche due mulini all’interno di un lamione sotterraneo».

Ritorniamo per un attimo nel cortile e attraverso un cancelletto scopriamo una vera chicca: l’ipogeo ricavato nella pietra tufacea. «I cunicoli – dice De Adesis – sono formazioni naturali dovute a millenni di erosione della roccia da parte di torrenti sotterranei, che poi i normanni adattarono a esigenze umane nel momento in cui costruirono il castello».

Camini di aerazione, cisterne, aperture che mettevano in comunicazione con il livello superiore vennero infatti realizzati per ospitare negli ipogei botteghe e attività artigianali. «Nel tempo la struttura fu poi rafforzata con pilastri di sostegno, mattoni in argilla e arcate - precisa ancora Rocco -. Tanto che, ancora durante la Seconda guerra mondiale, i carbonaresi si rifugiarono proprio qui per ripararsi dai bombardamenti».

Oggi i sotterranei sono un susseguirsi di piccoli ambienti molto curati, con una distesa di paglia a ricoprire il pavimento e abbelliti da suppellettili, recipienti in terracotta o in rame, sedili in legno, panchine in pietra, finanche acquasantiere e una nicchia votiva con una statuetta di San Michele.

Un’atmosfera rustica che permette di ambientarvi rappresentazioni e rievocazioni storiche. Come il presepe vivente che da diversi anni la Pro Loco allestisce in questi piccoli ambienti che si prestano bene a ospitare la riproduzione delle botteghe di duemila anni fa.

Tra cura e degrado, il vecchio maniero di Carbonara porta infatti su di sé tutti i segni del tempo, fatto di prestigio nobiliare e di drammatici assedi che nei secoli ne hanno costruito l’identità: quella di un angolo di Bari lontano dalla realtà cittadina, ma comunque cruciale nella storia del capoluogo.

(Vedi galleria fotografica)
 
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