BARI – Nel capoluogo pugliese c’è un bar dove si può prendere un caffè tra archi, nicchie in pietra e stemmi vescovili. È il Vergnano: un locale ospitato in un antico palazzo seicentesco che fu anche sede del convento di Santa Teresa Nuova.
Questo particolare luogo si trova al civico 128 di via Amendola, di fronte all’ingresso del Campus universitario di Bari. (Vedi foto galleria)
Superate due colonne sorvegliate da statue di leoni e percorso un lungo viale, si arriva davanti all’entrata del bar inclusa in un vecchio arco murato. Basta varcare la soglia per ritrovarsi in un vasto ambiente con pietra a vista caratterizzato da una volta a botte e da un secolare pavimento bianco e nero.
Quella in cui ci troviamo è infatti un’antica residenza arcivescovile risalente al XVII secolo. Una tenuta che, dopo essere stata adibita tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900 a luogo di ristoro e mensa per i poveri, nel 1934 venne acquistata dalle religiose guidate da suor Teresa Gimma.
Queste ultime decisero infatti di abbandonare la loro precedente sede di Palazzo Gimma (in piazza Massari) per trasferirsi in un luogo periferico più salubre e idoneo alla vita contemplativa. E la scelta ricadde su una proprietà presente nell’allora contrada Graziamonte, sulla strada che i pellegrini percorrevano per recarsi a omaggiare la Madonna del Pozzo a Capurso.
Così venduto Palazzo Gimma le religiose entrarono in possesso di questa elegante tenuta arcivescovile di via Amendola. Vi si trasferirono nell’agosto del 1935, adattandola a monastero: fu quindi creato un chiostro con le varie celle per le monache e una chiesa per le funzioni.
Le suore abbandonarono però lo stabile nel 1958, perchè, data la sua antichità, necessitava di complessi e costosi interventi di restauro. Preferirono quindi far edificare un nuovo convento, accanto al precedente, dove si trasferirono l’anno successivo e dove continuano, ancora oggi, ad accogliere i bisognosi di aiuto.
L’antica struttura fu quindi data in locazione prima alla vetreria Barbarossa e poi al negozio di antiquariato dei fratelli De Pasquale. Fino al 2011, quando è divenuta sede del Caffè Vergnano: un’azienda piemontese che conta vari locali aperti in tutta Italia.
Gli ambienti religiosi vennero quindi stati adattati a bar, senza essere però stravolti. Un’operazione simile a quella avvenuta per l’Epoca Cafè di Massafra, situato nella sagrestia di una chiesa del XVI secolo.
«Abbiamo persino migliorato la struttura - sottolinea il 52enne Alfredo De Giorgi, titolare dell’attività -. Quando lo abbiamo preso in fitto l’edificio si presentava in totale stato di degrado: i muri erano sgretolati e filtrava addirittura la luce esterna tra le crepe. I lavori di restauro sono duranti oltre un anno e sono stati fatti in modo da conservare tutti gli elementi antichi, tra cui anche la pavimentazione originale».
Reportage
A Bari c'è un caffè ospitato in un edificio del 600 che fu residenza arcivescovile e convento
foto di Rafael La PernaCi guardiamo attorno e notiamo subito delle arcate e delle nicchie verticali nel muro dietro il bancone del bar.
Il resto della sala è invece composto da un lungo vano, con una elegante volta unghiata, illuminata da un lucernario con cupoletta forata. Sul fondo si trova poi un’arcata bianca e una piccola scala in pietra che porta a un vano rialzato.
«Questo ambiente era la chiesa del monastero e qui si trovavano l’abside e l’altare, che è stato rimosso tempo fa – ci spiega la nostra guida, indicandoci i segni più scuri che delimitavano l’ara liturgica -. Al posto della gradinata, che abbiamo realizzato noi, c’era invece una grande vetrata dalla quale entrava la luce solare».
Ci spostiamo nei due vani laterali, che adesso ospitano i tanti tavoli del caffè. Quello di destra, leggermente rialzato, presenta lo stesso pavimento del precedente ed è diviso da una doppia arcata bianca, sorretta da una possente colonna.
Sulla volta in tufo troviamo invece un altro lucernario rotondo. «Questa era la stanza da dove le suore di clausura seguivano le celebrazioni liturgiche, nascoste dalle grate», ci spiega Alfredo conducendoci nell’altro locale adiacente.
L’ambiente, illuminato da una vetrata e da un ulteriore lucernario, stavolta quadrato, mostra un pavimento più moderno, formato da pannelli neri quadrati. Questa è la zona dove era ospitata la mensa delle sorelle, come testimonia una foto antica. «Qui abbiamo dovuto rimuovere il lastricato precedente poiché rovinato dalle infiltrazioni – ci spiega il titolare -. Al di sotto vi erano altri sette strati di pavimentazioni sovrapposti nel tempo».
Sulla parete attira la nostra attenzione un bianco stemma ecclesiastico in gesso con nappe, croci e un libro aperto al centro. «Ci è stato donato dalle suore, era l’emblema dell’arcivescovo che qui risiedeva», precisa Alfredo.
Attraverso un corridoio seguiamo ora la nostra guida alle spalle della struttura. Ci ritroviamo così in un ampio cortile limitato da un muro. «Questo spazio esterno era il chiostro del monastero – ci spiega Alfredo, mostrandoci alcune vecchie foto in bianco e nero -. Tutt’attorno erano disposte le varie celle con gli alloggi delle monache».
Alzando lo sguardo, riusciamo anche a scorgere il piccolo campanile, privo di campana, che si è comunque conservato nel tempo. Mentre altre immagini storiche mostrano il grande portone in legno, ora non più esistente, che un tempo dava accesso alla residenza.
In un angolo notiamo infine una malmessa struttura di due piani con finestre rettangolari e un alto arco come ingresso: una pertinenza dell’antica dimora dell’arcivescovo non visibile dalla strada. «Ci piacerebbe restaurare e rendere utilizzabile anche questo edificio - conclude De Giorgi prima di salutarci -. Del resto ormai sono affezionato a questo luogo, le cui pareti trasudano storie di un’epoca passata».
(Vedi galleria fotografica)