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Imponente, raffinato, dagli iconici colori bianco e rosso: è il Palazzo degli Impiegati Statali di Bari
Reportage

Imponente, raffinato, dagli iconici colori bianco e rosso: è il Palazzo degli Impiegati Statali di Bari

di  Martedì 28 marzo 2023 4 min Letto 16.785 volte
foto di Francesco De Leo
BARI – Non è impreziosito da sculture e fregi liberty, non è arricchito neppure da stemmi e mascheroni, eppure è uno degli edifici più fotografati di Bari, per via della sua imponenza, per i raffinati geometrismi decò e soprattutto per l’iconico colore bianco e rosso. È la descrizione del Palazzo degli Impiegati Statali, opera del grande architetto Saverio Dioguardi che si erge dal 1926 nel quartiere Umbertino, occupando un intero isolato compreso tra le vie De Giosa, Montenegro, Bozzi e Cognetti. (Vedi foto galleria)

Siamo andati a visitarlo partendo proprio da quest’ultima strada, lì dove il fabbricato mostra il lato migliore anche grazie al contrasto cromatico che crea con i suoi più famosi dirimpettai: il Teatro Petruzzelli e il Palazzo dell’Acquedotto Pugliese. Il rosso richiama infatti volutamente lo stesso colore del politeama inaugurato un ventennio prima, mentre il bianco sembra dialogare con il candido marmo della sede dell’Aqp, ultimata però sei anni dopo.

L’edificio, nonostante l’altezza, si erge solo su quattro livelli più il piano terra. Quest’ultimo, caso raro nel centro di Bari, non presenta locali occupati da esercizi commerciali. La parte inferiore è caratterizzata da un bugnato a fascia, sui quali si innestano gli altri piani segnati da lunghi balconi con ringhiere in ferro battuto e finestroni tra alte lesene. L’ultimo presenta decori geometrici blu e bianchi sovrastati dal longilineo cornicione. Alla continuità delle facciate è stata poi riservata particolare cura, grazie alla creazione di una curvatura in corrispondenza di ogni angolo della struttura.

L’insieme, seppur semplice, è di grande impatto. E questo grazie al tocco aggiunto da Saverio Dioguardi all’originario progetto dell’ingegner Luigi De Paolis, che ha regalato all’edificio raffinati geometrismi decò con spunti secessionisti.

Ma qual è la storia del palazzo? Costruito fra il 1922 e il 1926, deve il suo nome ai primissimi residenti a cui fu destinato. Nel 1921 fu infatti istituita la “Cooperativa Edilizia fra impiegati civili dello Stato” allo scopo di realizzare un fabbricato a esclusivo utilizzo dei funzionari pubblici.

Gli appartamenti a cui si accede dal portone ad angolo tra via Cognetti e via De Giosa erano originariamente destinati a professionisti che occupavano incarichi più prestigiosi, in particolare magistrati e docenti dell’Università. Invece i vani posti in corrispondenza degli ingressi di via Montenegro e di via Bozzi spettavano a impiegati con mansioni meno elevate. Oggi l’edificio è ancora utilizzato come condominio, occupato in alcuni casi dai discendenti degli originari proprietari.

Dopo esserci affacciati nell’androne di via Bozzi, che presenta un finestrone finemente colorato, entriamo in quello di via Cognetti. Per farlo varchiamo un portone in legno che presenta dei fasci littori vicino alle maniglie: ricordano come lo stabile fu costruito durante il Ventennio.

Ci ritroviamo così all’interno di una navata centrale illuminata da una grande vetrata bianca posta alla fine del corridoio. Camminando sul pavimento a scacchiera in marmo, osserviamo la solennità delle linee architettoniche e delle pareti arricchite da lesene. Due piccole rampe di scale, poste una di fronte all’altra, sono affiancate da ringhiere di ferro battuto in stile liberty e conducono ai piani superiori, a cui si può arrivare anche usando un antico ascensore in ferro e in legno con decorazioni interne in ottone.

Saliamo quindi per andare a visitare l’appartamento di Cinzia, nipote di Alessandro, uno dei primi abitanti del palazzo. La signora ci mostra il contratto stipulato dal nonno magistrato con la Cooperativa. «Lui venne a vivere qui da subito, già dal 1926 – afferma –. Ricordo che quando ero piccola mi raccontava come avesse visto dalla sua finestra tutte le fasi di costruzione del Palazzo dell’Acquedotto, avvenuta dal 1927 al 1932».

L’appartamento, dalle volte altissime che arrivano a cinque metri, è dotato ancora dell’impianto originario di accensione della luce, con una levetta che, girata a destra, attiva la corrente. Lo studio invece presenta sul soffitto un dipinto che raffigura motivi floreali. «La tecnica è particolare – sottolinea la padrona di casa -: si tratta di una carta velina prima disegnata e poi decorata una volta applicata al muro».

Accompagnati da Cinzia ci dirigiamo ora sul terrazzo, dal quale possiamo godere della vista dall’alto dell’intero Umbertino. Ecco quindi il predetto Palazzo dell’Acquedotto, con le sue bifore e trifore e lo stile neoromanico e poi l’inconfondibile rosso amaranto del Petruzzelli, di cui possiamo ammirare da vicino la cupola e le tegole del tetto spiovente, visibili solo da questa altezza.

«Fino all’incendio del teatro - conclude Cinzia prima di salutarci - al piano terra di questo condominio si trovava un appartamento con accesso al cortile che fungeva da deposito per i costumi di scena utilizzati nel teatro. Praticamente era una stanza che il politeama aveva affittato per questo scopo. Ricordo ancora i bizzarri abiti stesi al sole che solleticavano la mia fantasia, facendomi sognare. Un’esperienza che potevo vivere ogniqualvolta venivo a trovare mio nonno qui, nel suo antico e splendido Palazzo».

(Vedi galleria fotografica)
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I commenti (1)
Marco Malpica Orabona
In quel palazzo ci sono nato, la mia famiglia era proprietaria dell'intero primo piano ad angolo tra la via cognetti e la via de giosa. Mio nonno Edoardo compro' un primo appartamento nel 1933, seguito da mia madre nel 1964. Purtroppo da anni sono stati entrambi venduti, ma per fortuna uno dei due, il più bello è in ottime mani.