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Lì dove gli animali vivono liberi, salvati da macelli e allevamenti: è il "Parco Paradiso" di Mola
Reportage

Lì dove gli animali vivono liberi, salvati da macelli e allevamenti: è il "Parco Paradiso" di Mola

di  Lunedì 2 maggio 2022 4 min Letto 7.829 volte
foto di Adriano Di Florio
MOLA DI BARI – Ci sono il capretto Pasqualino, il pony Totò, il tacchino Graziella e pure l’asinella Ciuchina e l’agnellino Pepe. Sono i nomi di alcuni degli animali ospitati all’interno di “Parco Paradiso”, un rifugio situato nelle campagne di Mola di Bari dove esseri viventi di ogni specie, dai cani ai gatti, dalle pecore alle galline, dalle oche ai maiali, vivono in totale libertà dopo essere stati salvati da abbandono, allevamenti intensivi e macelli. (Vedi foto galleria)

Questa fattoria “alternativa” fa parte dei cosiddetti “santuari”: luoghi gestiti da vegani che accolgono e salvano soprattutto gli “animali da reddito”, ovvero quelli destinati a produrre carne, uova, latte, pelli e lana.

A condurre il parco da 6 anni a questa parte è la 35enne Valentina Palanca, che lo porta avanti avvalendosi dei piccoli contributi offerti dai visitatori, che possono frequentare l’area ogni domenica.    

Il modo più veloce per arrivarci da Bari è imboccare la statale 16 per poi prendere l’uscita Mola di Bari Sud. A questo punto basta proseguire per un altro chilometro prima di svoltare a sinistra su strada comunale Cipolluzze, che va percorsa per altri 2 km. Ci si ritrova così di fronte a un cancello verde posto all’entrata di un vialetto che conduce all’ingresso dell’oasi.

Il primo particolare che notiamo sono dei cartellini raffiguranti un gatto e un’oca che “avvertono” gli ospiti di procedere con cautela, perché loro “vivono liberi”. Veniamo subito accolti da Valentina, che ci guida verso un grande giardino posto di fianco alla casa in cui vive. «Abito qui dal 2015 - ci racconta -. Fin da giovanissima ho svolto attività di volontariato in associazioni che si occupavano di salvare gli animali: non ho mai potuto sopportare l’idea che esistessero esseri di “serie a”, accuditi e amati come membri della famiglia ed esseri di “serie b”, cresciuti per fini meramente industriali. Però sei anni fa ho fatto il grande passo, prendendo la decisione di abbandonare il mio lavoro da istruttrice di pattinaggio per dedicarmi completamente al salvataggio e alla cura dei miei “amici”».

Oltrepassiamo ora un cancello di legno arancione per ritrovarci all’interno del parco vero e proprio. Appena entrati veniamo subito accolti in maniera festosa da alcuni ospiti. Tra questi c’è Carletto, un cagnolino bianco che ha solo tre zampe. «Lo abbiamo portato qui dopo essere stato investito da un’auto – spiega la padrona di casa -. Anche il gatto Ciccio Ciccio ha un passato molto triste: fu infatti abbandonato in estate su una strada statale».

Poco più avanti, attraverso una piccola porticina, emergono dalla loro “abitazione” oche e galline che, attirate da un fischio di Valentina, si fiondano sul cibo che viene offerto loro dal collaboratore Amir. «Alcune provengono dalle fiere – sottolinea la giovane –, lì dove sarebbero state vendute per essere poi mangiate e o allevate per le uova».

Tra i pennuti c’è anche il tacchino Graziella. «Il suo precedente proprietario lo aveva chiamato Ringraziamento, credendolo un maschio – spiega l’animalista –. Lo stava crescendo per poterlo poi cucinare a Natale. Siamo riusciti per fortuna a toglierglielo».

Giungiamo ora davanti all’ovile. A correre incontro a Valentina è il capretto Pasqualino, così chiamato in ricordo del giorno in cui venne salvato dal macello. Mentre Nemo è il caprone con un solo corno, richiamo alla pinna atrofica del protagonista del celebre film di animazione.

E dopo aver fatto la conoscenza della pecora Natalina, del pony Totò e dell’asinella Ciuchina, vediamo Valentina avvicinarsi all’agnellino Pepe, uno degli ultimi a essere arrivato al santuario. La donna gli dà da mangiare con un biberon, mentre il cane Pinky si avvicina furbescamente per leccare qualche goccia di latte sul muso dell’ovino.

Un po’ in disparte troviamo infine Cochino, un grosso esemplare di maiale vietnamita nero. «Fu comprato in una fiera da una famiglia che lo voleva salvare – racconta Valentina – . Loro si misero alla ricerca di qualcuno che potesse accoglierlo, ma non riuscirono a trovare nessuno. Così l’ho adottato io. E Cochino è diventato un simbolo di questo parco: un esemplare che viene allevato solo per essere mangiato, ma capace di regalare compagnia e conforto. Un essere che ha il diritto, come gli altri, di vivere in libertà. Perché, come recita il cartello all’ingresso, “se dici di amare gli animali, ricordati che sono tanti”».

(Vedi galleria fotografica)
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