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Bari, viaggio nello storico e desolato ex Istituto Nautico: «Ma presto verrà riqualificato»
Reportage

Bari, viaggio nello storico e desolato ex Istituto Nautico: «Ma presto verrà riqualificato»

di  Mercoledì 30 giugno 2021 4 min Letto 20.075 volte
foto di Antonio Caradonna
BARI – Lì dove un tempo c’erano aule e corridoi affollati da studenti e professori, oggi regna sovrana una desolazione fatta di finestre rotte, pavimenti invasi da guano di piccione e vegetazione selvaggia cresciuta in ogni angolo. È questo lo scenario che ci siamo ritrovati davanti varcando il portone di quello che è stato uno dei più importanti e antichi edifici scolastici di Bari: l’ex Istituto Nautico Francesco Caracciolo. (Vedi foto galleria)

La sua imponente e ottocentesca facciata si staglia ancora oggi nel quartiere Libertà, ad angolo tra via Abate Gimma e via Trevisani, ma le sue porte sono ormai chiuse dal 1999. In quell’anno infatti l’istituto venne accorpato al complesso per geometri Euclide, spostandosi nel Polivalente del rione Japigia.

Da allora, per la storica sede, è iniziato un lungo periodo di oblìo e abbandono, che avrà però fine a partire dal mese prossimo, quando inizieranno i lavori di riqualificazione da parte dell’Adisu Puglia. «Sarà quindi trasformata in un alloggio per universitari, con biblioteche, sale riunioni e bar», ci illustra il consigliere comunale Micaela Paparella, che ci ha accompagnato nella visita al fabbricato.

Un immobile che ha accolto il Nautico per 78 anni, a partire dal 1921. Prima la scuola fondata nel 1856 e inaugurata nel 1858, aveva trovato posto all’interno di Palazzo De Gemmis in corso Trieste e in seguito in via Palazzo di Città e nell’Ateneo.

Dagli anni 20 si era però stabilita nel quartiere Libertà, grazie alla donazione dell’edificio della famiglia Zuccaro al Comune di Bari. Fu allora che l’istituto prese il nome dell’ammiraglio Francesco Caracciolo, offrendo ai ragazzi indirizzi che li avrebbero resi capitani di lungo corso e di gran cabotaggio, macchinisti e costruttori navali.

L’imponente complesso si estende su una superficie totale di circa 2000 metri quadri disposti su tre piani. «Il suo stile è quello neorinascimentale particolarmente in voga nel periodo umbertino», ci spiega l’architetto Simone De Bartolo.

Entrambe le facciate in pietra, ormai scurite dopo anni di abbandono, colpiscono per la perfetta simmetria delle finestre, sormontate da architravi alternati a timpani, balconi con balaustre bianche, fini paraste e fasce marcapiano.

Ad “arricchire” il prospetto ci sono erbacce e piante di fico cresciute tra le crepe dei muri, ma anche una sbiadita freccia con la lettera R in stampatello, segnale che indicava i rifugi antiaereo presenti in città durante la Seconda Guerra Mondiale.

Varchiamo quindi il portone ligneo di via Abate Gimma, abbellito da due protome leonine in bronzo, per immetterci nell’atrio di ingresso. Qui notiamo subito pareti scrostate, polvere e calcinacci sul pavimento.  Sulla destra si trova però ancora l’originale porta di accesso ai locali del custode, colui che si occupava di vigilare l’entrata e l’uscita degli alunni, sormontata da un’elegante scritta dorata su sfondo nero.

Attraverso un arco accediamo all’ampio vano che ospita il doppio scalone che conduce ai piani superiori e che smistava gli studenti nelle differenti aule. In questo spazio sono gettati radiatori, vecchie poltrone e macchine da scrivere interamente invase da guano di piccione che la fa da padrone anche in tutti gli altri ambienti.

Raggiungiamo ora il cortile interno: uno spiazzo invaso da piante di fico ed erbacce di ogni genere. Alzando lo sguardo possiamo però ammirare le alte facciate interne della struttura scandite da una serie di finestre (alcune rotte) sormontate da timpani e architravi.

Ritorniamo sui nostri passi e ci facciamo strada tra i bui corridoi sui quali si aprono le porte in legno delle aule, contraddistinte ancora dalle vecchie targhette che indicano il numero della classe e la sezione. Ne visitiamo una ormai totalmente sgombra da banchi e sedie, anche se su un muro scorgiamo incisi alcuni interessanti “appunti”. Leggiamo il codice morse (usato per le comunicazioni navali), annotazioni di chimica oltre a risultati calcistici.

Sul pavimento, nonostante la polvere, sono ancora visibili le antiche cementine a forme geometriche e con decori floreali, presenti anche negli altri locali.

Proseguiamo il nostro viaggio ai piani superiori. Li raggiungiamo facendoci strada tra guano, cavi e sporcizia che invadono interamente le scale arricchite da eleganti ringhiere nere in ferro.

Ed eccoci quindi davanti alla segreteria, caratterizzata da un separé in legno sul quale giace un malandato vecchio telefono. La presidenza invece, indicata da una targhetta bianca e nera, riporta su una parete un avviso datato 1998, ultimo anno scolastico del Nautico.

Infine perlustriamo la stanza che ospitava l’archivio, dove tra decine di scaffali ormai vuoti  trova spazio una colorata cartina dell’Italia con l’indicazione di tutti gli istituti nautici della Penisola.

Il nostro viaggio si conclude sul terrazzo, sul quale svetta un simbolico segnavento: un aereoplanino in ferro con tanto di elica. Veniva utilizzato per studiare la direzione dei venti da quegli alunni che, un tempo, affollavano questo storico e maestoso edificio.

(Vedi galleria fotografica)
 
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