C’è un campo nomade ai confini tra Algeria e Marocco: attende visite. Per arrivarci bisogna partire di buon mattino da Marrakech prendendo la strada che va verso Ouarzazate, passando attraverso il picco Tichka e percorrendo per circa tre ore un’incantevole piana.
Un tè caldo alla menta e si prosegue, attraversando una delle valli più emozionanti dell’Atlante: quella del Dades, costeggiata da decine e decine di antiche kasbah in terra.
L’ultimo tratto è di circa 50 km rettilinei nel deserto più arido. Qui si pernotta in un rifugio senza tetto e senza tempo, per ripartire al mattino in direzione di Rissani. Il tragitto diventa straordinario per la morfologia svariata del territorio che si attraversa: corsi di antichi fiumi divenuti tracciati per piste di nomadi, avvallamenti rocciosi, vere e proprie montagne di pietra nera mozzate in cima, pastori solitari, cammelli.
Quando si avvicina la cordigliera che chiude come un anello sfumato questa immensa area, allora nei pressi dell’unico varco naturale un tempo corso d’acqua, si vede arrampicato sulle rocce vicine ciò che rimane un antico villaggio di nomadi stanziali. E’ Erfoud e intorno a noi c’è solo silenzio.
Ci arrampichiamo per visitare gli interni o meglio i tracciati delle abitazioni ed il percorso delle mura difensive. Ci guardiamo intorno e notiamo come questo punto del deserto sia molto ricco di microflora dalle origini primordiali, ancora intatta ovviamente e cioè immutata nel corso del tempo che qui non ha corso.
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Quell'oasi nel deserto ai confini tra Algeria e Marocco: θ il campo nomade di Erfoud
Un ottimo studioso Abderrahzak Benchaabane, ex professore nell’Università di Parigi, si prese cura della parte botanica esplicativa del posto: sua è l’unica mappa (in russo) del luogo. Fossili animali e vegetali appaiono ovunque: ancora di più se ci si spinge un po’ nel deserto che si apre nel varco sottostante al villaggio, a pochi metri (sì metri), dal campo.
E con meno di un un’ora di tragitto si arriva all’ultimo avamposto umano prima della “terra di nessuno” che è la frontiera tutta immaginaria tra Algeria e Marocco. Un’oasi lussureggiante di canali, palme, olivi, fichi, datteri, pomodori, circondata da polverosi campi di calcio punteggiati da bandiere altissime.
Su di un lato è installato un accampamento con tre grandi tende nomadi, un forno per il pane, un gran pozzo per lavarsi che all’occorrenza è anche abbeveratoio per i cammelli in visita: spesso ci si rade in loro compagnia. La sera bivaccando attorno al fuoco perché fa freddo si possono udire perfettamente i richiami di specie sconosciute di uccelli.
Leggere qualche libro sembra scontato, ma la vista e l’udito sopraffanno gli altri sensi e, una volta raggiunta la tenda, molto presto ci si addormenta per molto presto svegliarsi. A volte possiamo pensare di non avere altro che il tempo.
