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Per il Bari, l’ultima stagione in Serie A resta quella 2010-11: un campionato cominciato con l’idea di confermare quanto di buono si era visto l’anno precedente e finito invece con una retrocessione netta, dolorosa e carica di rimpianti. I biancorossi chiusero all’ultimo posto con 24 punti, frutto di 5 vittorie, 9 pareggi e 24 sconfitte, dopo aver accarezzato appena per qualche settimana l’illusione di poter replicare il Bari brillante e coraggioso che, nella stagione precedente, aveva stupito tutti. La distanza tra aspettative e realtà fu enorme, e proprio in questo scarto si annida il senso di quell’annata: una squadra che sembrava avere ancora un’identità, ma che progressivamente si sfaldò tra limiti strutturali, infortuni, sfiducia e tensioni sempre più forti attorno all’ambiente.

Un inizio che aveva illuso tutti

La stagione del Bari non era partita male, anzi. Nelle prime giornate la squadra di Gian Piero Ventura diede l’impressione di poter restare competitiva: l’1-0 sulla Juventus alla prima giornata al San Nicola, con gol di Massimo Donati, fu un segnale forte, quasi un manifesto di continuità con il calcio organizzato e aggressivo dell’anno precedente. Poco dopo arrivò anche il 2-2 sul campo del Napoli, altro risultato che sembrava confermare la solidità dei pugliesi. Dopo cinque giornate il Bari aveva raccolto 8 punti ed era vicino alla parte alta della classifica: abbastanza per pensare che la salvezza potesse essere un obiettivo realistico, forse persino senza sofferenze estreme.

Col senno di poi, quei risultati furono più un’eccezione che una base solida. Il campionato del Bari, di fatto, si spezzò quasi subito.

Gli infortuni e una rosa troppo corta

La prima vera criticità fu la fragilità dell’organico. Ventura si ritrovò presto con una squadra accorciata dagli infortuni e priva di alternative adeguate in diversi ruoli. Il caso simbolo fu quello di Paulo Barreto, uno degli uomini più importanti nell’economia offensiva biancorossa: a novembre il brasiliano fu costretto a fermarsi per una distrazione muscolare, e per il tecnico significò perdere un riferimento fondamentale in attacco.

In generale, il Bari arrivò presto a giocare con uomini adattati, soluzioni di emergenza e rotazioni quasi obbligate, segno di una rosa costruita con margini troppo stretti per affrontare una Serie A lunga e logorante. Quando una squadra che deve salvarsi perde brillantezza atletica e peso offensivo, il rischio è immediato: ogni partita comincia a somigliare alla precedente, e ogni difficoltà diventa strutturale. È quello che successe al Bari tra l’autunno e l’inverno.

Dal crollo in classifica alla sfiducia generale

Il problema non fu soltanto fisico. Il Bari cominciò a perdere fiducia, ritmo e anche lucidità nelle partite. Dopo il buon avvio, i biancorossi entrarono in una spirale negativa che li trascinò stabilmente sul fondo della classifica.

La Serie A 2010-11 registra per il Bari una delle peggiori parabole del torneo: la squadra restò ultima a lungo e nel girone di ritorno ebbe il peggior rendimento del campionato, con appena 10 punti raccolti nella seconda metà della stagione. A rendere tutto più pesante fu la sensazione di impotenza: non si trattava solo di perdere, ma di vedere la squadra incapace di cambiare davvero il proprio destino.

Il gioco che l’anno prima aveva reso il Bari una delle sorprese del campionato divenne più prevedibile, meno intenso, meno pericoloso. Quando i risultati spariscono e il calcio espresso non basta più a compensare i limiti, la classifica presenta il conto in fretta.

La rottura con Ventura e il cambio in panchina

In quel contesto maturò anche la fine dell’esperienza di Ventura. Il tecnico, che aveva dato identità e credibilità al Bari, lasciò il posto a Bortolo Mutti il 10 febbraio 2011.

Il cambio in panchina era il sintomo di una crisi ormai conclamata: la società cercava una scossa, ma la realtà diceva che il problema era più profondo di un semplice esonero o di una separazione consensuale. Ventura rappresentava l’ultimo legame con il Bari brillante della stagione precedente; la sua uscita di scena sancì simbolicamente il passaggio da una fase di speranza a una di sopravvivenza quasi disperata.

Mutti provò a rimettere insieme i pezzi e, a tratti, la squadra mostrò perfino maggiore ordine, ma la classifica era già compromessa e il margine d’errore inesistente. La retrocessione non nacque quel giorno, però quel giorno diventò chiaro a tutti che il progetto tecnico si era esaurito.

Un ambiente sempre più teso

Quando una stagione gira male, anche il contesto si surriscalda. A Bari la tensione crebbe settimana dopo settimana, fino a esplodere in modo evidente all’inizio di febbraio, quando una bomba carta venne fatta esplodere sotto casa del presidente Vincenzo Matarrese.

Fu un episodio grave, che racconta meglio di tanti numeri il livello di esasperazione che si respirava intorno alla squadra e alla società. Il malcontento dei tifosi non nasceva solo dai risultati, ma dalla sensazione di assistere a un crollo senza una vera capacità di reazione.

In queste situazioni il calcio smette di essere solo questione tecnica e diventa anche nervi, pressione, paura di sbagliare. Il Bari entrò proprio in quel territorio: non soltanto una squadra debole, ma una squadra schiacciata dal peso del proprio fallimento imminente.

I pochi squilli: Juventus, Lecce, Parma e il giorno di Grandolfo

Eppure, anche in una stagione così povera di soddisfazioni, qualche momento positivo c’è stato. Il primo resta il successo inaugurale contro la Juventus, uno di quei pomeriggi che tengono accesa l’illusione.

Poi va ricordato il derby vinto a Lecce per 1-0, un risultato importante soprattutto dal punto di vista emotivo, arrivato in una fase in cui il Bari aveva disperatamente bisogno di un segnale. Un altro sorriso arrivò il 3 aprile, con il successo per 2-1 a Parma: fu l’unica vittoria del Bari nel girone di ritorno, troppo poco per riaprire davvero il discorso salvezza, ma abbastanza per mostrare che la squadra non aveva completamente smesso di lottare.

E infine c’è il ricordo più luminoso di tutti, forse proprio perché inatteso: il 4-0 all’ultima giornata sul campo del Bologna, con tripletta del giovanissimo Grandolfo. Quella partita non cambiò nulla in classifica, ma lasciò una piccola immagine felice dentro una stagione amarissima: il volto nuovo di un ragazzo della Primavera capace di trasformare un finale già scritto in una domenica memorabile.

La retrocessione e l’ombra successiva del caso Masiello

La retrocessione matematica arrivò il 23 aprile, con la sconfitta interna per 0-1 contro la Sampdoria. A quel punto il Bari era ormai da tempo una squadra condannata dalla classifica e dalle proprie fragilità.

Ma a rendere ancora più cupo il ricordo di quella stagione intervenne anche ciò che emerse in seguito: il derby perso in casa contro il Lecce il 15 maggio 2011 venne travolto, negli anni successivi, dalle vicende del calcioscommesse, con la confessione di Andrea Masiello sull’autogol procurato “per soldi” e con gli sviluppi giudiziari successivi.

È importante distinguere i piani: la retrocessione del Bari fu il prodotto di un campionato disastroso ben prima di quell’episodio finale; tuttavia, quella vicenda finì per macchiare ulteriormente la memoria collettiva di un’annata già fallimentare sul campo.

Perché quella stagione resta una ferita aperta

L’ultima Serie A del Bari continua a pesare nella memoria dei tifosi perché fu il contrario esatto di ciò che prometteva di essere. Non una retrocessione arrivata dopo una lotta disperata ma dignitosa fino all’ultima giornata, bensì una caduta lunga, progressiva, quasi inesorabile. D’altronde, come dimostrano anche le quote serie a su Betsson del campionato attuale, se non si rimane attaccati mentalmente e fisicamente all’annata è fin troppo facile essere risucchiati dalla zona retrocessione, come già sta avvenendo per alcune compagini.

Furono pochi i frammenti di luce in un’annata dominata da errori di costruzione, assenze pesantissime, perdita di fiducia e rottura tra squadra, società e ambiente. L’ultima Serie A del Bari, in fondo, è stata questo: la storia di una promessa non mantenuta e di una squadra che, dopo aver fatto sognare, si ritrovò troppo fragile per restare in piedi.


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