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La storia della baraccopoli di Torre Tresca
«Vissi lì l’estate più lunga della mia vita». Inizia così il viaggio nella memoria del 75enne barese Vito Petino, che da bambino abitò nella baraccopoli di Torre Tresca, quella che lui stesso non esita a definire “il ghetto”. Il luogo, nato in principio come campo per prigionieri di guerra, dal 26 luglio 1950 al 20 novembre 1968 divenne infatti un luogo per l’accoglienza dei senzatetto baresi
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Torre Tresca nacque in principio come campo per prigionieri di guerra (“numero 073”): dal 1941 al 1943 ospitò in pessime condizioni igieniche oltre 4mila tra ufficiali e sottufficiali di diverse nazionalità
Fu poi convertito in “campo di smistamento” per profughi, soprattutto ebrei...
...fino a diventare dal 26 luglio 1950 al 20 novembre 1968 un luogo per l’accoglienza dei senzatetto baresi
Della baraccopoli oggi non è rimasta che un’area recintata e abbandonata situata tra il quartiere Picone e lo stadio San Nicola, su cui si erge desolata la chiesetta di San Vito
Ma c’è chi non vuole dimenticare quegli anni in cui a vivere come “deportati” non furono soldati o profughi, ma cittadini baresi. È il caso del 75enne Vito Petino, che fu ospitato nel campo dal 1° luglio 1953 al 20 marzo 1954
Il campo era percorso da un’unica strada fatta di ghiaia, affiancata dalle “case” più grandi: 12 enormi capannoni in legno pittati di bianco con i tetti spioventi
Alla famiglia di Vito fu assegnato il numero 10. «Lì si trovava la stanza 26 che spartivamo con mia cugina Maria, suo marito Giovanni e i loro sette figli. Un panno scorrevole fungeva da parete divisoria».
A metà strada si trovava la chiesa principale: una baracca che fu poi demolita nel 1960 per far spazio alla chiesa di San Vito
La comunità parrocchiale venne infatti sin da subito affidata ai frati cappuccini di Santa Fara: per la precisione a don Carlo Fasano, a cui successe padre Ambrogio da Giovinazzo (nella foto), che provvide ad allestire per Natale un bel presepe e ad amministrare le prime comunioni
In fondo alla via era ubicata infine la scuola elementare. «Mia Zia Tina, che abitava a Torre Tresca, faceva la bidella», precisa Vito, che ci mostra una foto d’epoca che ritrae una maestra con alcuni alunni
Gli anziani passavano il tempo in qualche modo. Ad esempio il nonno di Vito coltivava un frutteto in un pezzetto di terra attiguo, che rappresentava per tutti un posto di “villeggiatura”