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La riscoperta Masseria Tresca
Vi abbiamo già parlato dello stato di degrado in cui versano antiche masserie, ville e ipogei nella zona intorno allo stadio San Nicola di Bari. Da Villa Lamberti a Villa Starita, da Masseria Costantino passando per la chiesetta e l’ipogeo di Santa Caterina, numerose sono le testimonianze del passato abbandonate a sè stesse. Ma tra tanta incuria e indifferenza c’è però una grande eccezione: Masseria Tresca. La struttura risalente al 1685, è stata infatti riportata al suo originario splendore nel 2009, rivelando preziose tracce della sua storia: vanta al suo interno un importante ipogeo, i resti di un frantoio, affreschi seicenteschi e persino le rovine di una necropoli (foto di Nicola Velluso)
28 fotografie
È possibile ammirare la Masseria già dalla tangenziale di Bari, lì dove svetta nei pressi dell’uscita per Poggiofranco
Per visitarla basta prendere la statale 16 in direzione nord, imboccare il predetto svincolo e poi dirigersi verso via Tatarella
Dopo pochi metri il fabbricato apparirà sulla sinistra, al civico 59 di via Camillo Rosalba, protetto da un cancello automatico
Ad accoglierci troviamo il proprietario Antonio Resta, che nel 2005 ha deciso di rilevare il complesso e, dopo ben quattro anni di ristrutturazione, di farne la sede della sua azienda, la quale si occupa proprio del restauro di beni storici e artistici
Una volta superata la cancellata, percorriamo il vialetto in pietra delimitato da vasi in terracotta e ci ritroviamo di fronte all’abitazione costruita nel 1685 dalla famiglia Carducci e poi passata nel Settecento ai Tresca-Carducci
Illuminata da un tiepido sole primaverile, ci appare in tutta la sua semplice bellezza. La bianca dimora presenta una struttura a base quadrata, la cui conformazione è interrotta da una torre centrale che la domina completamente
Sulla sinistra si sviluppano tre archi a tutto sesto (probabilmente in passato rappresentavano la base di una loggia superiore oggi assente), uno dei quali ospita l’ingresso dell’edificio
Tutt’intorno ulivi, siepi e arbusti. L’ampio giardino che circonda la masseria è un tripudio di verde ma non solo...
...il perimetro del fabbricato è arricchito da panchine, mentre le aiuole sono puntellate dai resti di antiche macine in pietra di diversa grandezza, che richiamano subito alla mente il periodo in cui qui si produceva l’olio
Entriamo finalmente della dimora e, superato l’ingresso...
...dove fa bella mostra uno scatto risalente agli anni 80...
...attraverso uno stretto corridoio ci dirigiamo in uno degli ambienti a piano terra che ospita le tracce del vecchio frantoio
L’aspetto e l’arredamento sono moderni e le pareti sono abbellite da diverse fotografie a colori della masseria, ma a catturare la nostra attenzione è la grande macina in pietra, ormai priva della sua funzione e diventata semplice ornamento, che fa da base al tavolo di vetro al centro della stanza
Ripercorriamo i nostri passi per incontrare i resti della piccola cappella dedicata a Santa Teresa, costruita insieme al resto della masseria ma ora quasi del tutto scomparsa. Il vano che la ospitava è caratterizzato da un soffitto architravato che custodisce l’affresco di San Francesco da Paola
Accanto al frate vi è poi l’immagine dai colori tenui di un volto femminile addolorato, quello della Madonna in preghiera
Non ci resta ora che spostarci sul retro della struttura, passando attraverso una porta a vetri. Troviamo dall’altra parte un secondo giardino, quello che si affaccia sulla tangenziale: il prato inglese ricopre il pavimento e accoglie numerosi alberi da frutto
Da qui riusciamo anche a notare come la struttura presenti facciate di colore diverso, una più scura e una più chiara. «Sono stati utilizzati materiali diversi nella costruzione – spiega il proprietario -. Nelle prime due fasi è stato usato un tipo di pietra più resistente, mentre nell’ultimo intervento, databile intorno al Settecento, è stato introdotto il tufo, meno nobile ma più tenero e lavorabile»
E proprio la parte più antica della masseria ospitava le stalle, come suggeriscono le pietre forate presenti sul muro dove venivano legati i cavalli e le mucche
L’ultima tappa del nostro viaggio è rappresentata dall’ipogeo della masseria, databile intorno al XIII-XIV secolo, al quale arriviamo passando attraverso un arco: un passaggio che pare dividere la proprietà fra la sua parte abitabile...
...e quello che sembra essere un vero e proprio museo a cielo aperto
Facendo attenzione a muoverci fra le impalcature che ne reggono la struttura pericolante, approdiamo al sorprendente ipogeo, profondo circa tre metri: qui sorgeva il primo frantoio precedente alla costruzione della dimora, realizzato intorno al 1200
Sulla superficie sono visibili anche delle fessure all’interno della roccia...
...quelle che dovevano essere le tombe a fossa dell’antica necropoli, risalente al primo insediamento monastico
Senza farci intimorire dal buio e dalle pietre scoscese, accediamo attraverso un’apertura centrale e tramite dei gradini...
...arriviamo nel principale vano rettangolare con volta a botte...
...dal quale si diramano altri ambienti più piccoli, angusti e poco illuminati, probabilmente le celle in cui riposavano gli uomini adibiti alla molitura
Alcune macine sono abbandonate solitarie per terra...
... accanto a un pozzetto scavato nel pavimento, usato all’epoca per la raccolta degli scarti delle olive