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Per raggiungere la Chiesa Matrice dalla centrale piazza XX Settembre, bisogna muoversi in direzione nord imboccando via Vittorio Veneto. Ci addentriamo così nel cuore della “Terra”, nucleo urbano sorto tra il XIII e il XVI secolo, composto di caratteristiche viuzze e basse abitazioni adagiate su bianche basole
Ed ecco dopo un centinaio di metri apparire la chiesa sulla destra...
...la cui facciata si staglia su un piccolissimo slargo punteggiato da panchine in ferro battuto
La Matrice, realizzata in conci levigati di pietra dura calcarea, si presenta con un delicato color crema che brilla alla luce del sole
Il prospetto principale dallo slancio verticale è caratterizzato da un rosone in stile romanico e da un architrave sormontato da un timpano triangolare che domina l’ordine inferiore
Su questo fanno capolino docili e grotteschi nani che fungono da telamoni del portale
Costeggiando invece il lato settentrionale dell’edificio che affaccia su via Vittorio Veneto, salta subito all’occhio il secondo portone, detto “dei Leoni”
Qui le due fiere stilofore, dall’aspetto minaccioso, sorreggono le colonnine dell’architrave, sopra il quale si snodano mensole fregiate, capitelli e motivi vegetali
Sulla chiesa si erge però, semplice ed elegante, un alto campanile che guarda il mare, costruito a più riprese fra il 1664 e il 1732 e contraddistinto su ogni lato da monofore affiancate da lunghe lesene
Varcata la soglia veniamo immersi in un grande ambiente riccamente decorato. Due file di quattro colonne corinzie, con capitelli finemente scolpiti, si rincorrono dividendo la chiesa in tre navate...
...le quali sono sormontate da volte a crociera e archi a tutto sesto, in pieno stile rinascimentale
Al di sopra si elevano i pilastrini dei due matronei, distinti da una delicata decorazione vegetale e sorreggenti una trabeazione più semplice, la cui copertura è a spioventi in legno
La navata centrale, illuminata dalla tenue luce filtrata dal rosone...
...è dominata dal presbiterio e termina con l’abside. Conserva al centro la cattedra vescovile e l’altare maggiore di marmo attorno a cui si dispongono i seggi in legno del coro, su cui si stagliano le statue dorate di San Filippo Neri, San Nicola di Bari e San Giovanni
Piccoli altari si aprono lungo le pareti laterali e a colpirci in particolare sono quelli presenti sulla sinistra. Il primo ospita un trittico, un cinquecentesco affresco murario di scuola dalmata, venuto alla luce dopo la rimozione dell’altare ligneo e purtroppo fortemente rovinato
La vivace rappresentazione narra l’assalto turco di una città costiera e l’intervento miracoloso e salvifico di un’icona della Vergine sua protettrice
Il secondo invece, l’“altare di Costantinopoli”, custodisce l’icona della Madonna di Costantinopoli in una rara raffigurazione: il seno nudo è in vista, mentre la madre è intenta ad allattare il bambino
Il volto della donna, dalle linee morbide, è scritto su una tavola dalle forti tinte in stile orientale, che vanno dall’oro al verdone
Su questo lato, accanto all’organo usato durante le celebrazioni, trova rifugio una chicca “segreta”. Sul retro della settecentesca tela della Madonna della Neve...
...si nasconde infatti un dipinto ancora più antico, attribuibile alla scuola leonardesca: un abbozzo di Maria col figlioletto che ricorda le opere del famoso maestro
Ci spostiamo ora sulla parte destra, dominata centralmente dal Cappellone del Santissimo risalente al XVIII secolo caratterizzato da una cattedra marmorea e da una nicchia che accoglie l’Immacolata, statua di legno dipinto
E da questo punto, attraverso una porta alla destra dell’altare, accediamo alla parte più inedita della chiesa, quella che custodisce un sorprendente oratorio
Appena varcata la soglia veniamo così travolti da un tripudio di stucchi e scene sacre che interrompono il tenue azzurro delle pareti
A farla da padrone è sicuramente il settecentesco coro ligneo che circoscrive l’ambiente
Andiamo ora a visitare la cripta dedicata al Santo Legno della Croce, che raggiungiamo per mezzo di una scala
Il suggestivo ambiente è a pianta rettangolare ed è anch’esso diviso in tre navate, con volte a crociera e archi a tutto sesto
Una lapide funeraria del 1150 è affissa sulla parete destra: ricorda la fine di Agosmundo, presule della Repubblica marinara di Pisa fatto prigioniero durante una scorreria saracena, poi liberato ma morto durante il viaggio di ritorno e sepolto a Mola. Il sotterraneo infatti, prima di essere trasformato in pubblico oratorio, era adibito alla sepoltura di ecclesiastici e ricchi fedeli
L’ultima tappa del nostro viaggio è un locale all’apparenza anonimo raggiungibile attraversando la sacrestia
Ora adibito a magazzino della Caritas, conserva i resti di una piccola e antica cappella con tanto di soffitto finemente affrescato, sui cui figurano putti e cartigli della passione di Cristo