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Il ping pong barese
Uno sport trasversale e inclusivo che vede gareggiare atleti di ogni età, nazionalità e sesso. È il tennistavolo (meglio conosciuto come ping pong), popolare gioco che, dopo un’assenza di qualche anno, è tornato nel capoluogo pugliese nel 2014. Il merito è dell’Asd Tennis Tavolo Bari, l’unica realtà locale in grado di iscrivere proprie squadre alle competizioni federali. Siamo quindi andati a trovare i pongisti lì dove si allenano e disputano le loro partite casalinghe, ovvero nella scuola “Massari – Galilei” di via Garrone, nel quartiere Picone (foto di Paola Grimaldi)
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Siamo andati a trovare i pongisti dell'Asd Tennis Tavolo Bari lì dove si allenano e disputano le loro partite casalinghe, ovvero nella scuola “Massari – Galilei” di via Garrone, nel quartiere Picone
Superato il cancello dell’istituto, ci dirigiamo verso la prima palestra...
...dove gli atleti sono impegnati con racchette e palline in due match di categoria D2 contro gli avversari di Bitonto e Casamassima
Attraversato l’impianto, si passa attraverso un corridoio e si entra in una seconda palestra dove i pongisti baresi stanno sfidando i loro rivali di Castellana Grotte
A pochi metri da ogni campo da gioco è posizionato un tavolino con il segnapunti attentamente aggiornato da uno dei giocatori momentaneamente a riposo
Ciò che risalta subito all’occhio è il carattere estremamente trasversale e inclusivo di questo sport: alcuni atleti sono giovanissimi...
...altri molto più attempati...
...ci sono ragazzi e ragazze...
...baresi di origine e giocatori di colore
Diverso da un pongista all’altro è invece lo stile di gioco: c’è chi batte leggermente reclinato...
...e chi lo fa addirittura piegato sulle ginocchia...
Qualcuno sfoga la propria trance agonistica gridando a ogni punto ottenuto, mentre altri hanno un approccio più pacato
«Attualmente vantiamo oltre 40 tesserati - ci spiega Cosimo Bottalico, presidente dell’Asd -: vanno dai 10 ai 70 anni e provengono da tutta la città. Un terzo di loro è formato da ultra 50enni, ma gli under 20 sono sempre di più»