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Il breve e antico Vico Cettigne
Nel rione Madonnella, stretta tra corso Sonnino e i binari della ferrovia, si trova una minuscola stradina senza uscita di appena 51 metri di lunghezza che nasconde, al suo interno, un pezzo della “Bari che fu”. Il suo nome è vico Cettigne: un angolo della città chiuso da un cancello in cui ci si può imbattere in edifici ottocenteschi nati prima che il quartiere circostante si espandesse nel 900. Sebbene il tempo ne abbia in parte mutato i tratti e sbiadito i colori, questo vicoletto privato conserva ancora numerose tracce delle storie che l’hanno attraversato e che tuttora lo animano. Siamo andati a visitarlo (foto di Rafal La Perna e Giorgia Lucrezia Settembre)
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Nel rione Madonnella, stretta tra corso Sonnino e i binari della ferrovia, si trova una stradina senza uscita di appena 51 metri di lunghezza che nasconde, al suo interno, un pezzo della “Bari che fu”. Il suo nome è vico Cettigne
Un angolo della città chiuso da un cancello in cui ci si può imbattere in edifici ottocenteschi nati prima che il quartiere circostante si espandesse nel 900
Imbocchiamo quindi corso Sonnino sino ad arrivare al civico 147/bis, situato tra l’ex caserma dell’Aeronautica Sonnino e la chiesa di San Giuseppe
Qui ci ritroviamo davanti a un cancello in ferro color cannella che limita l’accesso al vico...
...il cui toponimo è riportato su una targa posta in alto
Superato un breve tratto asfaltato stretto tra due pareti...
...ci ritroviamo a camminare su una particolare pavimentazione in cotto che una ventina d’anni fa è stata impiantata in sostituzione delle vecchie e ormai dissestate chianche bianche
Ci guardiamo intorno e notiamo come la strada sia costituita da antichi e bassi edifici costruiti a fine 800. In origine abitazioni, nel corso del 900 furono poi adibiti a botteghe. La prima costruzione sulla nostra destra presenta una facciata bianca...
...interrotta da una porta azzurra a vetri cui fa pendant una persiana di egual colore. È il laboratorio dell’87enne falegname Pinuccio Volpe, che troviamo però chiuso al nostro arrivo
Del signore ce ne parla il 71enne idraulico Franco Floro, che lavora al civico 14 della via. «Io sono qui da 25 anni, mentre il signor Volpe è nato e cresciuto in questo vico», ci dice
Proseguendo lungo la viuzza troviamo sulla sinistra l’unico alloggio ancora abitato...
...come testimoniano le mollette colorate che affollano i fili per stendere il bucato sistemati accanto all’ingresso della casa
All’edificio è annessa una saracinesca che chiude un locale dismesso in cui un tempo lavorava un idraulico: il signor Timo
Alla parete è appeso un canestro da basket che pare inutilizzato da tempo
Abbandonate risultano essere altre due botteghe, di cui una chiusa da un vecchio portone in legno...
...che ospitavano un altro falegname e l’inventore Nicola Loglisci, morto pochi anni fa
Ma eccoci ora davanti allo studio...
...dell’amministratore Capoccia
Varchiamo la soglia per entrare in una larga stanza che conserva un originale pavimento di chianche in pietra calcarea dell’800
Insieme a Salvatore andiamo alla scoperta dell’ultimo tratto di vico Cettigne, occupato da un’imponente dimora abbandonata
Si racconta tra l'altro che sia proprio in questo stabile che abbia alloggiato Elena del Montenegro nel suo soggiorno a Bari
La struttura si staglia su tre livelli, tra cui il piano terra utilizzato un tempo come stalla
L’edificio è molto grande, più di quanto appaia dall’esterno: di fatto la sua parte posteriore si estende per tutta la via. Per entrarvi infatti dobbiamo tornare all’inizio della strada, lì dove un portone in ferro...
...ci permette di accedere a un lungo corridoio
Veniamo quindi condotti in un largo ambiente con le pareti in pietra e dei particolari incavi nel muro: forse gli accessi a un vecchio pozzo
Sul lato opposto fa capolino una porta che, una volta superata, ci permette di ammirare uno scorcio che da fuori avevamo potuto solo intravedere. Interamente ricoperto da edera e altre piante rampicanti...
...si apre infatti ai nostri occhi il giardino della residenza che, sebbene ormai abbandonato a se stesso, emana ancora un certo fascino
Usciamo ora dall’immobile per ritornare alla fine della strada e mentre camminiamo notiamo in un angolo un pallone colorato
Proviene dall’adiacente campo dell’oratorio della chiesa di San Giuseppe. Prima era facile che durante una partita i palloni arrivassero qui, superando il muro divisorio...
...poi però è stato creato un nuovo terreno di gioco più riparato e dotato di una rete di protezione e quindi le “invasioni” calcistiche sono diventate meno frequenti
Ma vico Cettigne e la chiesa di San Giuseppe sono legate anche da un’altra particolare circostanza
Vicino al campetto di calcio è infatti possibile dissetarsi da un’antica fontana in ferro: una tipica cape de fiirre con evidente fascio littorio, verniciata però di un insolito colore rosso. «In passato era collocata proprio nel vico», sottolinea Salvatore
Raggiungiamo infine un cortile attualmente utilizzato come parcheggio...
...e delimitato dal muro che separa la strada dalla ferrovia. Qui vico Cettigne finisce
Oltre la parete predetta notiamo però un edificio molto simile a quelli della nostra via. Ed è a questo punto che realizziamo che i binari tagliano in due quella che originariamente era un’unica strada. C’è quindi un tratto di vico Cettigne rimasto “orfano”, ma che comunque, nonostante “l’isolamento”, ha mantenuto l’aspetto originario ottocentesco
È situato all’inizio di via Oberdan...
...ed è composto da una stradina fiancheggiata da basse case “gemelle” a quelle di vico Cettigne
Versa in uno stato di forte degrado ma ha conservato la sua fontana in ferro tuttora funzionante: simbolo di una vecchia Bari che, nascondendosi in queste viuzze, è rimasta uguale a se stessa