Gli attivisti, come si sa, non sono riusciti nel loro intento: in quei giorni però hanno fatto in modo che si parlasse del genocidio in atto a Gaza, dove la popolazione palestinese da quasi due anni conviveva con bombardamenti, attacchi e restrizioni da parte dell’esercito israeliano.
Tra i partecipanti alla missione umanitaria c’erano anche tre baresi: il 35enne attivista Antonio Lapiccirella, il 37enne giornalista freelance Lorenzo D’Agostino, la 43enne sindacalista Francesca Amoruso. Li abbiamo incontrati a distanza di qualche mese per farci raccontare a “riflettori spenti” i retroscena, le tensioni e le emozioni di quella che è stata una delle più grandi missioni civili via mare mai organizzate.
A salpare per primi, il 31 agosto da Barcellona con la “Global Sumud Flotilla”, sono Antonio e Lorenzo. Il primo a bordo della “Family boat”, che ospita trenta attivisti e il team di coordinamento, il secondo sulla barca a vela “Hio” in qualità di inviato del giornale "Il Manifesto".

Francesca invece si unisce alla missione il 25 settembre con la “Freedom Flotilla Italia”, partendo da Otranto sulla barca a vela “Al-Awda”.
«Ricordo ancora il giorno della partenza: il momento più emozionante della mia vita – afferma Lorenzo – . Almeno diecimila persone vennero a salutarci come fossimo eroi».
«È come se, a un certo punto, tutti avessero detto “guarda lo stanno facendo davvero” - interviene Antonio -. Ed a un tratto ci arrivò ogni forma di sostegno: tecnici, capitani, volontari, contatti nei porti e nei cantieri, giornalisti disposti a rompere linee editoriali consolidate, amministratori pronti a dare visibilità ed appoggio, donazioni. Assistemmo a uno sforzo collettivo gigantesco».

«Certo va detto che le barche erano state acquistate con un crowdfunding a 50-100mila euro l’una: facevano letteralmente acqua – sottolinea D’Agostino –. Durante la navigazione soffrimmo il mare grosso e le soste tecniche continue».
Le condizioni di viaggio in effetti si rivelano subito estreme per tutti: mancanza di sonno, convivenza forzata, ritmi di lavoro altissimi. «Dormivo quando collassavo», rammenta Antonio. E Francesca conferma: «La navigazione imponeva turni di guardia, soprattutto di notte. Sulla mia barca si era solo in quattro e così due restavano svegli, due riposavano un’ora e poi c’era il cambio. Sono tornata a casa con un arretrato di sonno infinito».

Lorenzo invece ricorda: «Ero su una barca di 13 metri con otto sconosciuti di varie nazionalità e due posti letto in meno. Non avevamo frigorifero e mangiavamo solo latte di lenticchie e fagioli. Il serbatoio d’acqua conteneva 300 litri per tutto l’equipaggio e fu riempito solo una volta a Tunisi. Ci si lavava nelle soste oppure arrangiandosi con la spugna e il secchio».
Ogni giorno su ogni barca ci si riuniva per un’assemblea comune. «Molti avevano già preso parte a delle missioni umanitarie - racconta Francesca -. Fra loro anche un uomo di 72 anni che aveva conosciuto Yasser Arafat e Che Guevara. Quelle conversazioni ci diedero speranza».
Dopo brevi soste a Minorca e Maiorca, la “Global” partita da Barcellona raggiunge la flotta nordafricana a Tunisi. E lì, l’8 e il 9 settembre, accade l’impensabile: due attacchi con i droni a cento metri dal palazzo presidenziale e granate incendiarie lanciate sulla Family boat e sull’Alma, con fiamme per fortuna subito estinte.