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Rilevatore Istat, dura la vita: indagini obbligatorie ma nessuno lo sa
Inchiesta

Rilevatore Istat, dura la vita: indagini obbligatorie ma nessuno lo sa

di  Venerdì 15 febbraio 2013 4 min Letto 26.570 volte
BARI - «Cercasi ragazzo predisposto al lavoro itinerante, con buone suole delle scarpe e tanta pazienza». Potrebbe essere questo l’annuncio per la ricerca dei rilevatori statistici delle indagini Istat. Da inizio 2012 in 500 Comuni italiani (compresi quelli delle province di Bari e Bat) è infatti partita l’indagine sulle spese delle famiglie. E’ possibile quindi che possa bussare alla vostra porta un giovane incaricato di svolgere un’intervista a domicilio, facendovi domande su quanto, come e cosa consumiate.

Noi abbiamo parlato con uno di questi “rilevatori”, che ci ha spiegato l’enorme difficoltà che incontra nello svolgere il suo compito.

Partiamo dal principio, ricordando che le indagini Istat sono assolutamente obbligatorie. Lo dice la legge. Per la precisione l’articolo 7 del decreto legislativo 322 del 1989. È scritto chiaramente nella lettera che l’Istat invia a tutte le famiglie sorteggiate per preannunciare l’arrivo del rilevatore incaricato. Lettera che però, stando alle dichiarazione dei destinatari, spesso non arriva o più probabilmente viene ignorata e cestinata.

Il lavoro dell’intervistatore inizia quando, assegnato un Comune e i nominativi dei cittadini da contattare, si reca all’ufficio anagrafe e statistica per verificare gli indirizzi che gli sono stati forniti. E qui assiste a uno sport praticato in massa in Italia: la “caduta dalle nuvole”. Spesso ai Comuni non viene comunicato il nome della persona incaricata della rilevazione. Addirittura a volte non ricevono neppure informazioni sull’esistenza stessa dell’indagine. Se ne deduce qualche “piccolo” problema di comunicazione tra Istat e istituzioni locali. Ma di solito la disponibilità del personale comunale permette al rilevatore di non essere “schiacciato dalle nubi”.

Uscito dalle pubbliche stanze, egli si avvia per le strade del suo comune di pertinenza, alla caccia di una delle 28.000 famiglie campione. Pregando che gli indirizzi in suo possesso siano realmente esistenti e rappresentino l’effettiva residenza delle persone cercate. Cosa nient’affatto assicurata dalla verifica effettuata presso l’ufficio anagrafe.

Se il nominativo è presente sul citofono e in casa c’è qualcuno, il rilevatore si accerta che la famiglia sia al corrente dell’indagine. Al di là dei casi in cui si incontra subito massima disponibilità, è molto frequente che l’intervistatore debba spiegare dall’inizio in che cosa consista la rilevazione sulle spese delle famiglie.

Mentre parla, la sua figura, nell’immaginario del cittadino appena contattato, si trasforma paurosamente in quella dell’esattore delle tasse: la personificazione della “terribile” agenzia delle entrate o del “mostruoso” redditometro. Niente di tutto ciò, ovviamente, ma chi viene chiamato a fornire indicazioni sulle proprie spese inizia a mostrare segni di nervosismo e difesa della privacy a oltranza. Perdendo, “casualmente”, il passaggio in cui il rilevatore spiega i termini “segreto statistico”, “tutela della riservatezza” e “protezione dei dati personali”, anch’essi previsti dalla legge per le indagini Istat. E qui scatta la pratica di un altro sport che tradizionalmente appassiona gli italiani: la fuga dalla seccatura. Le tattiche sono sempre le stesse.

Tattica numero 1: “c’è la crisi”. Complice la recessione e la sfiducia dei cittadini verso le istituzioni, si registrano molti rifiuti di partecipare all’indagine. Le motivazioni espresse vanno dai più articolati «non sono in dovere di dire al Governo, allo Stato e al Comune quello che spendo» ai più rudimentali «Lo Stato sa già quello che consumo» o «non voglio dire a nessuno ciò che spendo perché il Comune non ha trovato il lavoro a mio marito». Si tratta anche di persone che temono, senza ragione, un aumento delle tasse conseguente alla propria partecipazione all’indagine.

Tattica numero 2: “non ho tempo”. Messa in atto da famiglie in cui entrambi i coniugi lavorano, questa strategia ha due possibili applicazioni. Quella “venale”: «Che cosa ci guadagno a rispondere a questa indagine? Niente? Allora non ho tempo». E quella “egocentrica”: «La rilevazione può benissimo prescindere dalla mia famiglia».

Tattica numero 3: “parlo solo in presenza del mio avvocato”. Qui emerge tutta l’abilità dell’italiano scaltro che, non avendo voglia di fare una cosa, prima nega che questa sia obbligatoria, poi, dimostratogli il contrario, minaccia di rivolgersi al suo legale.

Tattica numero 4: “il rifiuto senza se e senza ma”: se il rilevatore sottolinea l’obbligo di risposta alcuni dichiarano semplicemente «La mia risposta è no».

E in questi casi al povero rilevatore non resta che cercarsi un’altra casa. O un'altra occupazione.
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