BARI - Ve ne abbiamo parlato poco tempo fa. Durante l’allargamento di via Amendola è “riemersa” un’elegante e abbandonata villa storica, che per anni era stata occultata alla vista da un alto muro e dalla fitta vegetazione circostante. Nel nostro articolo definimmo questo edificio come “misterioso”, visto che non c’era traccia di esso in alcun libro o volume sulle antiche dimore di Bari.
Ma c’è chi ha compensato questo “vuoto”. Un nostro lettore appassionato di cultura e storia, il signor Giovanni Sfrecola, ha dedicato gli ultimi anni alla ricerca di informazioni riguardanti la villa. E seppur con molta fatica è riuscito a risalire alle sue origini e alla sua storia. Quella che vi racconteremo in questo articolo. (Vedi foto galleria)
Lo stabile si chiama Villa Tilde ed è databile tra la fine dell’800 e gli inizi del 900.
«Fino a pochi anni fa – afferma Giovanni - sulle colonne del cancello di ingresso erano presenti due lamierini stampati, uno a sinistra con scritto “Villa” e l’altro a destra con scritto “Tilde”. Il nome si riferiva a Clotilde Romano, la prima proprietaria dell’immobile, le cui iniziali sono ancora visibili sullo stemma in pietra che sovrasta la porta principale di accesso».
Ma chi era Clotilde Romano? Nata nel 1881, era sposata con il titolare della "Primaria Casa di Mode", un’azienda specializzata in abbigliamento di lusso, pellicceria e sartoria ubicata in via Vittorio Veneto (oggi via Sparano).
La donna aveva due sorelle, una delle quali era sposata con un componente della ricca casata di commercianti Di Cagno.
«Un particolare da non trascurare – sottolinea la nostra fonte -, in quanto il fabbricato ha forti somiglianze sia con gli altri eretti dai Di Cagno (come la sontuosa Villa Anna), sia con quelli realizzati dall’artista e costruttore Luigi Colonna (vedi il casino ex Ferrero). Questo farebbe pensare che anche su Villa Tilde abbiano operato le stesse mani».
La dimora nacque quindi come residenza di una famiglia borghese dell’epoca, che la abitò per diversi decenni, sino agli inizi degli anni 50. In quel periodo infatti i coniugi si ammalarono. Tilde in particolare pare avesse dei mancamenti che le causavano cadute improvvise, un qualcosa che la portò presto alla depressione.
Inchiesta
Bari: dimora borghese, ristorante e "museo". Le mille vite dell'abbandonata Villa Tilde
Il marito di Tilde morì nel 1953 e lei pochi anni dopo, nel 1958, lasciando per testamento la nuda proprietà della villa a sua nuora e l'usufrutto della stessa alle sorelle, le quali però vi rinunciarono.
La moglie del figlio rimase quindi l’unica proprietaria dello stabile, ma decise di non andarci ad abitare: sul finire degli anni 60 la cedette in affitto allo chef Andrea Catalano, che vi fondò il ristorante "La Serra", un luogo che divenne un punto di riferimento culinario per tutta la città.
Vennero però apportate numerose modifiche, tra cui la costruzione di quella “serra” da cui prese il nome il locale. Si trattava di una sala rettangolare situata su un ballatoio con struttura in metallo e vetrate fumé: un gazebo che fu demolito anni dopo perché divenuto ormai pericolante.
Il ristorante restò lì fino al giugno del 1973, anno in cui l’attività fu trasferita in un altro immobile di via Amendola e per Villa Tilde iniziò una “terza vita”.
Fu Luigi, il nipote di Tilde, estroso geometra amante del bricolage e dell'elettronica, a cominciare ad utilizzarla come laboratorio e "museo", riempiendola di oggetti di ogni genere: mobili, macchine da cucire, tv, radio antiche, riviste, legname, bottiglie e barattoli. «Pare che avesse anche nove cani – aggiunge Giovanni - e che nel giardino facessero bella mostra di sé un motoscafo e una Ford Taunus P7 del 1968».
Luigi morì a soli 52 anni, nel 1992. Poco tempo prima aveva però deciso di cedere la villa assieme ai terreni circostanti alla Ined, un’impresa di costruzioni che oggi sta realizzando il complesso residenziale Abiparco alle spalle dell’edificio.
“Tilde” rimase così abbandonata e il suo degrado fu inarrestabile. Gli alberi iniziarono a crescere selvaggiamente intorno ad essa e la struttura fu presa d'assalto sia da vandali che da predoni, che portarono via tutto ciò che avesse un valore, persino le inferriate e le ringhiere, oltre che tutta la collezione di Luigi.
Una decadenza testimoniata da alcune foto di qualche anno fa pervenuteci in redazione, che mostrano l’interno completamente distrutto e invaso da calcinacci e rifiuti di ogni genere. Si intravedono però le alte volte a padiglione e l’architettura interna del torrino, che presenta una finestrella quadrilobata.
L’apertura un tempo era coperta da un vetro di colore blu: proiettava un’immagine azzurra su un muro al piano terra, in punti diversi a seconda dell'ora e della stagione, a mo’ di rudimentale orologio.
Oltre alla decina di vani disposti su due livelli c’era anche un seminterrato, le cui aperture ancora oggi si intravedono dall’esterno.
Si racconta che questo locale terrorizzasse i ladri. Avvolto nel buio più totale, pare che i visitatori appena scese le scale venissero accolti da due terrificanti occhi luminosi che li mettevano in fuga. Non si trattava però di un fantasma, ma del riflesso delle torce nelle pupille di vetro di un vecchio cavalluccio a dondolo: uno dei preziosi pezzi dell’ormai dispersa collezione del nipote di Tilde Romano.
(Vedi galleria fotografica)
Fiorella
Bellissima storia, anche se rimane tanto dispiacere per lo stato in cui è stata ritrovata questa dimora, ricca di storia di tante vite che l'hanno abitata. Complimenti per il racconto e la documentazione che testimoniano questo racconto svelato di un altro prezioso angolo della nostra città ma. Chissà se il proprietario potrà riportarla agli antichi splendori. Sarebbe molto bello, soprattutto perchι sono costruzioni ricche di tanti particolari che nelle costruzioni non esistono.
Giovanna
Sarebbe bello se diventasse un bene pubblico...sede di un centro culturale per
esempio, con recupero di tutta la struttura compreso il verde...
Giovanni
Le notizie in mio possesso dicono che la villa sarà demolita per lasciare spazio ad uno dei palazzoni del complesso Abiparco, nonostante l'ottimismo generale... d'altra parte basta guardare il progetto in internet... ovviamente sono io il primo a sperare che non sia vero o che il progetto sia cambiato, ma non ci spero molto.
Giovanni Sfrecola
Ma il mistero principale di questa villa è... come mai lo specchio nell'ottava foto sia ancora integro!
Mariano Argentieri
La signora Clotilde era sposata con il sig. Ciciriello, titolare della rinomata pellicceria che, successivamente, gestita da Mario Ciciriello aprì una sede nel 1973 in via Abate Gimma 54 progettata dallo Studio di architetti Morelli e Pastore, su più piani. Una boutique per l'haute couture che confermava la professionalità di 60 anni e oltre.
Mariano Argentieri
Errata corrige cognome: Clotilde Romano era sposata con Michele "Cirillo" e non "Ciciriello"....anche se potrebbe trattarsi di una rettifica del cognome, poichι esiste una cartolina pubblicitaria dell'attività su corso Vittorio Veneto 32 e 34 (locali occupati precedentemente da Luigi e Gugliemo Favia Cartoleria e Libreria) e un articolo della Gazzetta del Mezzogiorno del 1973 che annuncia quanto scritto nel precedente commento.
Francesca Brattoli1623
Bisogna salvare questa e le altre ville e opere d'arte abbandonate. Sono pezzi della nostra storia, facciamo una petizione
Giovanni Sfrecola
Confermo che Tilde era sposata con Michele Cirillo, proprietario dell'omonima "Casa di Mode Cirillo" sita in Via Vittorio Veneto 32-34 dove è sempre rimasta, fino almeno alla fine degli anni '70. Un foglio intestato degli anni '30 recita così: "Michele Cirillo Primaria Casa di Mode - Bari Via Vittorio Veneto 32-34 - Abbigliamento di lusso - Sartoria per Signora con Direttrice Torinese - Pellicceria - Modisteria - Specialità Biancheria lavorata a mano - Corredi da Sposa - Articoli Fantasia - Ventagli - Ombrellini". La famiglia Ciciriello non c'entra nulla, è stata un'altra famiglia che ha fatto la storia del commercio barese, e il negozio a cui fa riferimento il Sig. Argentieri era Ciciriello Confezioni Alta Moda che si trovava in via Abate Gomma 62h fino al 1973, e in quell'anno si trasferì al numero 54 diventando "Ciciriello Confezioni per Signora". Michele Cirillo aveva un figlio di nome Sante che dovrebbe aver gestito l'attività dopo la morte del padre, ma non ho certezza che fosse figlio unico o se avesse una sorella.