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Fasano, nella Selva c'θ il "Minareto": fiabesco edificio inutilizzato da decenni
Reportage

Fasano, nella Selva c'θ il "Minareto": fiabesco edificio inutilizzato da decenni

di  Mercoledì 19 aprile 2017 4 min Letto 74.714 volte
FASANO – Lassù, nel cuore della Selva di Fasano, si trova una delle costruzioni più particolari e affascinanti di tutta la Puglia: è “Villa Damaso Bianchi”, meglio conosciuta con il “Minareto” per via dei suoi elementi architettonici che ricordano un edificio arabo.

Si tratta di un’abitazione voluta dal pittore e architetto Damaso Bianchi, nato a Bari nel 1861 ma di famiglia fasanese. Fu lui, conoscitore e amante dell’Oriente, che la progettò e la inaugurò nel 1912 per farne una residenza estiva dove ospitare gli intellettuali e artisti del periodo. Per venticinque anni la “villa” ebbe proprio questa funzione, fin quando alla morte del suo fondatore la famiglia decise di venderla all’organizzazione giovanile fascista Gil (Gioventù italiana del littorio) che ne fece un luogo dove tenere delle colonie estive.

Il fiabesco Minareto fu frequentato dai bambini anche dopo la caduta del Regime, fino agli anni 60 quando la costruzione passò nelle mani della Regione Puglia che però da allora non l’ha più utilizzata, facendola cadere in un vortice di oblìo e abbandono. Ora è passata al Comune di Fasano che la terrà in gestione per 99 anni: si spera che possa essere l’inizio di una nuova vita.

Siamo andati a visitare la villa in compagnia di Vito Bianchi, storico e scrittore fasanese che progetta di organizzare un festival musicale da tenersi qui ogni sabato d’estate. Approfittando di un sopralluogo siamo riusciti a entrare nell’edificio, di solito chiuso e inaccessibile (vedi foto galleria)

Arrivarci è molto semplice: dalla statale 16 si imbocca l’uscita per il centro di Fasano e da qui si seguono le indicazioni per raggiungere la Selva. Arrivati in prossimità di contrada Gordini la costruzione in pietra chiara appare all’improvviso sulla destra, circondata da un parco di altissimi pini.

Quello che si vede subito è però il retro dell'edificio, caratterizzato da una balconata con piccolo portico su cui spicca il grande portone in legno verde, sormontato da una griglia traforata. Facendo il giro ci si ritrova invece davanti alla parte frontale che toglie il fiato per la sua bellezza. Qui si capisce il perché del suo soprannome: l’alta torre che sovrasta la costruzione ricorda infatti quelle strutture da cui i “muezzìn”, i sacerdoti islamici, modulano le loro preghiere.

La facciata si caratterizza per una elegante scalinata laterale, percorsa da una ringhiera a motivi geometrici che si fa importante elemento decorativo e filo conduttore lungo la splendida balconata su cui spicca il balcone dell’ingresso. Nella sua parte sottostante, sono inseriti due grandi fori a forma di stella a otto punte. Difficile trovare in Puglia un luogo più romantico di questo ingresso-balcone monumentale, caratterizzato dal porticato a quattordici colonne accoppiate che reggono gli archi orientaleggianti.

Superati due scheletri di altalene in ferro arrugginito che raccontano il passato di colonia estiva che la dimora ha vissuto, possiamo ora entrare nell’edificio.

La villa si articola su due livelli, caratterizzati da ambienti centrali su cui si aprono stanze laterali. Il pianterreno appare particolarmente compromesso dai decenni di incuria e non offre scenari degni di nota. A conferire un’aura speciale ci pensano però le finestre, progettate per portare il paesaggio circostante fin dentro, regalando agli ambienti luce continua.

Saliamo al piano di rappresentanza. Spicca il salone a mattonelle con motivi geometrici, nei toni dell’arancione e del verde, circondato da una banda piastrellata nei colori dominanti del giallo e del blu. Tutt’intorno si aprono porte in legno scuro sormontate da un semicerchio in vetri policromi a motivi geometrici.

Percorriamo ora un piccolo corridoio che ci immette su una rampa di scale e saliamo fin su, dove accediamo a un girotondo di terrazzi che articolandosi su più livelli circondano la villa. Ma la vera sorpresa l’abbiamo quando entriamo nella torre. Saliamo infatti su una stretta scalinata intervallata da finestre che si affacciano sul  panorama sottostante: si tratta di veri e propri quadri che cambiano a ogni giro. Ci colpiscono anche due fori esterni che proiettano sul muro macchie di luce in forma di stella.

Alla cupola colorata della torre si accede tramite una scala a chiocciola in ferro, ormai arrugginita e pericolante, ragion per cui evitiamo di proseguire, ma anche da qui giù i giochi di luce e colore che offrono i vetri colorati in rosso, bianco e blu della copertura incantano lo spettatore più smaliziato.

Questa torre era in realtà un faro: con il suo lume in acetilene ora scomparso accendeva la Selva tutte le volte che nella villa si riunivano le menti più brillanti del tempo. Erano gli anni della Belle Époque, in cui si pensava che il futuro dovesse regalare solo pace e benessere. Ma sappiamo che non andò così. Arrivò la Guerra e quel faro si spense. Per sempre.

(Vedi galleria fotografica)
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I commenti (5)
Francesco
Ho visto solo di passaggio questo edificio...è una bella scoperta avere queste notizie. Per poterlo visitare a chi bisogna rivolgersi?
ANGELA RAVETTA
Che bell'articolo! Grazie di avermi fatto conoscere questa chicca!
Doriana seveso
Articolo molto interessante. Ben vengano iniziative culturali x rilanciare la Selva che da anni langue!
ANNA MAROTTA
GRAZIE EVA PER AVERMI PROVOCATO UNA EMOZIONE PER COSI' TANTA BELLEZZA!
Francesco
che emozione vedendo queste foto, venivo qui alla colonia estiva nel 1970-72