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Terremoti, incidenti e coronavirus: la storia del Serbari, dal 1979 in soccorso degli "ultimi"
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Terremoti, incidenti e coronavirus: la storia del Serbari, dal 1979 in soccorso degli "ultimi"

di  Venerdì 17 aprile 2020 5 min Letto 6.772 volte
BARI - Nacque quando ancora il 118 non esisteva, ha affrontato tragedie epocali ed è ora schierato nella lotta al Coronavirus. Parliamo del Ser, il Servizio emergenza radio che dal 1979 è presente anche a Bari con una storica associazione che oggi conta 70 volontari e 12 dipendenti: un team specializzato in interventi di primo soccorso, assistenza agli ammalati e campagne di solidarietà. (Vedi foto galleria)

«Il gruppo, così come accaduto per le altre realtà simili sparse per l'Italia, vide la luce grazie a un manipolo di "cibbisti" - racconta il 62enne Vito Frasca, veterano della squadra - ossia persone iscritte alla Federazione italiana ricetrasmettitori: praticamente degli appassionati di quelle apparecchiature che un tempo, prima dell'avvento dei cellulari, erano usate per comunicare tra amici e parenti o tra dipendenti di piccole imprese».

«Quei marchingegni erano connessi alla "citizen’s band" - continua il suo collega coetaneo Giovanni Indraccolo -, quella che in italiano chiamiamo banda cittadina, con frequenze radio attorno ai 27 MegaHertz. L'idea fu proprio quella di cominciarla a sfruttare per captare le richieste di aiuto: del resto all'epoca non esisteva un numero ad hoc per le emergenze (c’era solo il 113 della Polizia), le ambulanze erano poche e in caso di necessità si mobilitavano solo i vigili del fuoco».

I pionieri, tutti con un'età compresa tra i 30 e 40 anni, furono Michele Loiodice, Guido De Bellis, Marcello De Giglio, Michele Morgese, Franco Garello, Giovanni Mangano e Gioele “Amos” Pignone. Di quest’ultimo, conosciuto come “l’uomo più abbronzato di Bari”, ne abbiamo parlato anni fa.

La loro prima sede fu un roulotte parcheggiata nella ditta di trasporti dove Pignone lavorava: lì, in un capannone situato in viale Europa, fu montata un'antenna che iniziò a "catturare" le domande di soccorso inviate alla questura dagli automobilisti in difficoltà. Lo stesso Gioele mise a disposizione il suo Maggiolone per recarsi sui luoghi degli incidenti.

Subito la neonata équipe organizzò un campo scuola nella foresta Mercadante, in modo da istruire chi si aggiungeva: in particolare fu mostrato come montare le tende e allestire una cucina. E purtroppo quegli insegnamenti furono subito messi in pratica. «Nel novembre del 1980 partecipammo ai soccorsi dovuti dal sisma dell'Irpinia - rammenta Vito -. Il giorno successivo alla scossa principale giungemmo a Balvano, in provincia di Potenza, dove cercammo di tirar fuori più superstiti possibili dalle macerie della chiesa locale, crollata mentre era pieni di fedeli per una messa».

«Allora non esisteva la protezione civile e tra le varie squadre di volontari regnava grande disorganizzazione - continua il signore -. Nel nostro piccolo portammo cibo e acqua per i sopravvissuti: pur di sfamarli rimanemmo due giorni senza mangiare. E non dimenticherò mai la puzza delle coperte in fiamme che avvolgevano le salme dei caduti».

Da quel battesimo di fuoco in poi il Ser è cresciuto, sia nei mezzi che nelle competenze, dando il suo contributo in altri scenari apocalittici. «Eravamo presenti allo sbarco a Bari dei 20mila albanesi giunti a bordo della Vlora - racconta Giovanni - l'8 agosto 1991. Per contrastare il caldo li rinfrescavamo con gli idranti e li alimentavamo anche con le flebo. Vidi persino bambini affamati che addentavano saponette, scambiandole per dolci. E non potevamo lasciare un attimo incustoditi gli abiti da distribuire ai profughi: c'era sempre qualcuno che tentava di rubarli».

Un grande sostegno che si è rinnovato anche in altre situazioni estreme: i terremoti che hanno sconvolto L'Aquila nel 2009 e l'Albania lo scorso novembre, ma anche l'incidente ferroviario avvenuto tra Andria e Corato nel 2016. «Difficile scordarsi le lamiere roventi dalle quali estraemmo i cadaveri - evidenzia il volontario Riccardo Franco -. Uno scenario terribile: un treno sopra l'altro e file di corpi allineati vicino alle rotaie».

Ma il Ser opera soprattutto con piccole grandi azioni a favore dei più deboli, degli "ultimi". «Ogni giorno veniamo chiamati per le richieste più disparate - afferma Riccardo -. Il più delle volte ci interpellano gli anziani rimasti soli, magari per essere aiutati nel cambiare il catetere o per un attacco di vomito».

E il tutto grazie a un ricco parco veicoli, allestito tramite qualche donazione e tanti sacrifici personali dei volontari. «Tutto cominciò con "Carolina" - puntualizza Vito - il soprannome dato alla Fiat 238 che trasformammo nella nostra prima ambulanza. Oggi ne abbiamo sette, alle quali si aggiungono tre furgoni, una moto, alcune bici e un fuoristrada per raggiungere le zone più impervie».

L'associazione usufruisce dei contributi pubblici ed è convenzionata con Asl e Regione Puglia per gli interventi di primo soccorso. «Di fatti collaboriamo con la centrale operativa del 118 e la Protezione civile - precisa la segretaria Giovanna Franco -, mettendoci a disposizione con le nostre ambulanze. I mezzi partono dalle nostre tre postazioni, posizionate nell'ex Centrale del latte di via Orazio Flacco, nel centro direzionale della polizia di Japigia e nell'ex ospedale di Grumo Appula».

E nell'ultimo mese si è aggiunto lo stress dovuto al dilagare del nuovo Coronavirus. «C'è grande tensione quando trasportiamo in ospedale un possibile contagiato dal Covid-19 - ammette Riccardo -. Da un parte c'è l'ammalato, conscio che potrebbe non tornare a casa, dall'altra ci siamo noi che rischiamo di infettarci. Non a caso, ogni volta che effettuiamo un intervento del genere, dobbiamo poi liberarci dei pesanti dispositivi di protezione e sanificare il veicolo».

«Ma non ci fermeremo neanche ora – conclude Vito –: faremo ciò che c’è da fare, in silenzio. A muoverci, come sempre, sarà lo spirito di solidarietà: quel sentimento fortissimo che ogni uomo ha dentro di sé».

(Vedi galleria fotografica)
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