Bari, quel torrino merlato che si erge su via Napoli: ่ ci๒ che resta dell'antico Molino Stucky

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Bari, quel torrino merlato che si erge su via Napoli: ่ ci๒ che resta dell'antico Molino Stucky
Foto di Rafael La Perna
BARI – Percorrendo la lunga via Napoli, nel tratto al confine tra i quartieri  Libertà e Marconi di Bari, è possibile imbattersi in un curioso torrino merlato e in un lungo muro di cinta dall’aspetto antico.

Ma di che si tratta? Dei resti di una villa liberty? Di un frammento di un edificio nobiliare? Niente di tutto questo: i manufatti in pietra sono ciò che rimane di un’industria di inizio 900: il molino Stucky.
 

Il torrino

 


Per scorgere il torrino bisogna imboccare via Napoli dal centro cittadino, superare il semaforo di via Fiore/via Grandi e, 50 metri prima dell’incrocio con via Ammiraglio Caracciolo, vedremo innalzarsi la struttura sulla nostra destra.

Circondata da cassonetti dell’immondizia e insegne, si trova di fronte a un edificio rossastro: una delle poche case cantoniere ancora presenti nel capoluogo pugliese.  

Ci avviciniamo. Il torrino è alto circa 3 metri, è di forma esagonale e si caratterizza per i fini archetti pensili che ne circondano la sommità merlata, che quasi gli fa “da corona”. L’elemento architettonico rappresenta la parte finale di un lungo muraglione scandito da piccoli blocchi sagomati a forma piramidale che termina su via Oreste Pietro.

Questa parete da una parte affianca una stradina ricoperta da erba incolta su cui si trovano i resti di vecchi binari, dall’altra cinge il lato ovest di un complesso residenziale degli anni ‘70.

Ed è proprio al posto di questo grosso condominio che sorgeva un tempo il molino Stucky.
 

Il molino Stucky

 


Stucky era il nome della famiglia svizzera di imprenditori mugnai che alla fine dell’800 si distinsero a livello mondiale nel settore della molitura. Fu in particolare Giovanni, tra il 1884 e il 1895, a costruire sull’isola della Giudecca a Venezia l’imponente Molino Stucky.

Il complesso di oltre 40.000 metri quadri, firmato dall'architetto Ernst Wullekopf, con i suoi raffinati torrini e merlature divenne uno dei più significanti esempi di architettura neogotica applicata a un edificio industriale. Dava lavoro a 1500 operai e produceva 2.500 quintali di farina al giorno e valse a Giovanni l’appellativo di “principe dei mugnai” facendolo diventare l’uomo più ricco della città.

Negli anni la produzione triplicò e l’industria venne dotata anche di un ampio pastificio. La ditta aveva impianti produttivi in varie città d’Italia ed esportava in tutto il mondo con filiali in Argentina, Stati Uniti, Egitto e Inghilterra. Nel 1910, a seguito dell’assassinio di Giovanni da parte di uno degli operai, l’impresa passò al figlio Giancarlo.

Ma le politiche autarchiche del regime fascista e la crisi economica del 1929, portarono grosse difficoltà alla ditta. In quel periodo Giancarlo vide però in Bari la città che sarebbe potuta diventare il nuovo cuore pulsante delle sue imprese.

All’epoca infatti il capoluogo pugliese, soprattutto nella zona compresa tra il quartiere Libertà e il rione Marconi, era un fiorire di industrie e traffici commerciali, favoriti dalla presenza del grande porto che si andava sempre più espandendo. A testimonianza di quegli anni restano ancora oggi i capannoni e le ciminiere dei dismessi Oleificio Gaslini e Acciaierie Scianatico.  

Giancarlo acquistò così su via Napoli un precedente fabbricato (forse il mulino Toso, costruito qualche anno prima) e lo riprogettò totalmente dandogli la forma di una massiccia struttura a ferro di cavallo.

Il prospetto dello stabile assunse, soprattutto nella parte superiore, lo stesso aspetto merlato del “fratello” veneziano. Non solo, lo stabilimento fu dotato di piattaforme girevoli necessarie a gestire i carichi di grano che giungevano all’interno della ditta direttamente dal porto grazie ai binari.

Dopo la chiusura del molino di Venezia a seguito della Seconda guerra mondiale, tutte le macchine in esso contenute vennero inviate a Bari per proseguire l’attività. La produzione quindi crebbe, anche se di lì a poco l’azienda andò incontro a una nuova crisi. E il mulino fu costretto a cessare tutte le attività nel 1955.

Il complesso fu però acquisito dalla Società esercizi molini pugliesi di Francesco Tamma. Ma negli anni ‘60 l’azienda spostò tutta la produzione nel foggiano: l’industria barese venne quindi chiusa per essere poi demolita definitivamente tra il 1971 e il 1972. Al suo posto fu costruito un vasto complesso residenziale per gli ex dipendenti del Banco di Napoli, che sorge ancora lì.

Durante l’abbattimento si decise però di lasciare in piedi il piccolo torrino e il tratto di muro: a memoria forse di uno dei più imponenti stabilimenti industriali della ricca Bari di inizio 900.
 
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