BARI – Per 56 anni è stato il tempio del calcio barese e ha ospitato partite memorabili e campioni quali Meazza, Mazzola, Rivera, Zico, Platini e Maradona. È il glorioso Stadio della Vittoria, chiamato Arena dopo la ristrutturazione avvenuta negli anni 90 che l’ha trasformato in un contenitore sportivo e culturale. Un edificio-simbolo del capoluogo pugliese che ha vissuto varie vite e che racconta la storia della Bari del 900. (Vedi foto galleria)
Situato nel quartiere Marconi, tra la Fiera del Levante, il Villaggio Trieste e corso Vittorio Veneto, il Della Vittoria fu costruito per venire incontro alle esigenze dei biancorossi che negli anni 30 avevano cominciato a stazionare stabilmente in A. Una serie, quest’ultima, che aveva evidenziato i limiti del vecchio Campo degli Sports in cui la squadra aveva giocato sino ad allora.
La struttura, progettata dall’ingegner Angelo Guazzaroni e dall’architetto Vincenzo Fasolo, fu realizzata tutta in cemento armato e con capienza di 30mila spettatori, su un’area di 70mila metri quadri. La forma era quella di un’ellisse perfetta, classica degli stadi della Roma imperiale. Al centro della facciata si ergeva una torre (detta “di Maratona”) alta 42 metri, alla quale si affiancavano quattro torri laterali più basse.
Il campo fu dedicato alla memoria dei caduti baresi durante la Prima Guerra e Mondiale e il suo nome richiamava proprio la vittoria ottenuta durante il conflitto.
Dopo 14 mesi di lavoro (e l’impiego di 600 operai) venne inaugurato il 6 settembre 1934 alla presenza di Benito Mussolini. Il primo match ufficiale si tenne però il 16 dicembre di quell’anno: un Bari-Comense che terminò 3-1 per i padroni di casa e che fu disputato sotto un forte acquazzone. Da quel momento lo stadio divenne così la “casa” dei Galletti, ospitando ben 1200 incontri di calcio nei successivi 56 anni.
All’inizio il campo sportivo non ebbe vita semplice. Subì diversi danni dal bombardamento nazista del 2 dicembre 1943, per poi venire requisito dagli Alleati che lo trasformarono in un parcheggio di mezzi militari. Ridotto a un rudere, fu però ristrutturato alla fine della guerra, accogliendo per la prima volta la Nazionale Italiana, il 14 dicembre 1947 (successo per 3-1 contro la Cecoslovacchia). Mentre il 24 aprile 1949 qui giocò l’ultima sua partita di campionato il grande Valentino Mazzola, prima che la tragedia di Superga gli strappasse la vita.
Nel 1955 la Torre di Maratona, mai ultimata, venne murata e infine abbattuta nel 1963. Il 1966 fu invece l’anno del primo impianto di illuminazione che consentì lo svolgimento delle gare in notturna.
Una curiosità. Fino agli inizi degli anni 80 tra curva nord, tribuna maratona e curva sud non c’erano separazioni: si poteva infatti cambiare settore durante il corso dell’incontro così da scegliere la migliore prospettiva attraverso cui guardare il match. Il settore unico veniva chiamato “gradinata” e si contrapponeva alla “esclusiva” tribuna coperta.
L’entrata non era però tra le più agevoli: gli ingressi erano minuscoli e protetti da una specie di gabbia in metallo. Questo comportava la creazione di lunghe file e c’era così chi ne approfittava per vendere vari oggetti, tra cui i “parasole” per il viso, realizzati con un cartoncino e un elastico. Mentre all’interno veniva smerciato lo “sportino borghetti”, liquore al caffè un tempo posto in un recipiente di vetro riscaldato da un contenitore termico che i venditori portavano a tracolla. Tra gli spalti durante l’intervallo girava anche un fotografo che immortalava (a pagamento) i tifosi che glielo chiedevano.