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Bari, via Amendola: la storia di Villa Lorusso
Impossibile non notarla per la sua eleganza e signorilità, regalatele dalla bicromia bianca e grigia delle facciate, dalle imponenti mura in tufo antico, dal cancello ottocentesco in ferro battuto e dal sentiero alberato che conduce a una maestosa fontana in marmo. È Villa Lorusso, una dimora storica di via Amendola che, dopo essere stata per anni celata alla vista dei baresi, è oggi nuovamente visibile a tutti i passanti in seguito ai lavori di allargamento e riqualificazione della strada (foto di Mimmo De Leonibus e Valeria Genco)
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Villa Lorusso si trova sulla destra di via Amendola poco prima dell’incrocio con strada Pezze del Sole, andando verso Mungivacca
A introdurla è un elegante cancello nero incastonato tra due alte colonne in pietra di tufo che riportano il nome dell’edificio...
...sotto il quale resiste la pietra miliare sulla quale è segnata la data di costruzione: 1896
Varchiamo l’ingresso e imbocchiamo un curato viale alberato che ospita due piccole panchine e alti arbusti che fanno da cornice alla dimora da poco ristrutturata, che trova spazio alla fine del sentiero
La struttura, bianca e grigia, si sviluppa su due livelli (oltre a un piano sotterraneo)...
...e presenta tre aperture ad arco a tutto sesto delimitate da lesene...
...tra le quali spicca lo stemma di famiglia: un ovale grigio sul quale si intersecano a caratteri bianchi una F, una S e una L.
«Sono le iniziali dell’avvocato Francesco Sabino Lattanzio, il fondatore della tenuta – ci dice il 71enne Carlo Lorusso, attuale proprietario –. Fu lui infatti, zio di mio padre, a far costruire questo edificio che ha portato il suo cognome fino agli anni 40, quando poi passò nelle mani di mio omonimo nonno»
Risale al 1959 la realizzazione, davanti alla facciata, della vasca sulla quale primeggiava una statua di Venere al bagno, recentemente sostituita da una fontana neoclassica circolare in marmo iraniano
La vecchia scultura è oggi conservata tre le aiuole del giardino...
...lì dove trova anche posto un cimelio ultracentenario: un “nettascarpe” usato anticamente per pulire le calzature dal terreno
Ci spostiamo ora sul lato sinistro della villa, dove possiamo ammirare il colore grigio che distingue le membrature architettoniche su fondo chiaro
Di fronte alla facciata laterale si staglia un edificio più piccolo...
...preceduto da un tavolino in pietra originale sul quale sono posati una campana di ferro e due vasetti. «È la dèpandance – spiega Lorusso –, realizzata anche questa nel 1896 per trovare una sistemazione al contadino che avrebbe lavorato per la villa e a tutta la sua famiglia: gli Sforza»
Oggi degli Sforza è rimasta a vivere qui solo una delle figlie: Anna, pittrice barese...
...che ha trasformato il giardinetto adiacente alla dipendenza in un vero e proprio gioiello di arte e botanica
Percorrendo un vialetto laterale si giunge così davanti a un pozzo ottocentesco sistemato su delle “chianche” bianche dell’epoca
Torniamo ora indietro per andare a visitare parte degli interni della villa. Carlo ci invita a salire la doppia rampa di scale che conduce al piccolo portico sormontato da un altro cimelio: il lampadario nero in ferro battuto
Una volta entrati in casa, ci ritroviamo in una stanza dalle pareti bianche e rosa antico che trasuda di storia: l’ampio soffitto a volta sovrasta un tavolino in stile impero, circondato da sedie centenarie le cui gambe terminano con una zampa di leone
Stessa forma dei piedi dell’elegante divano giallo, le cui braccia diventano invece sfingi alate
Elemento quest’ultimo che ritroviamo anche sugli specchi dorati, riportanti le iniziali CL: Carlo Lorusso (il nonno omonimo dell’attuale proprietario)
Ci spostiamo infine dinanzi a una parete con due foto che ritraggono la villa a inizio Novecento. Al tempo vi era un frontone triangolare, in cui era ricavata una loggia, che sovrastava un portico a tre arcate tipico del neoclassico eclettico di fine Ottocento
Dagli spioventi del frontone poi cadevano delle merlature simili a quelle dei letti a baldacchino baroccheggianti, come i cartigli e gli stemmi nelle chiavi d’arco
Ma prima di salutarci Lorusso apre un ingiallito album fotografico che giace su un mobiletto antico. «Ecco un ritratto di zio Francesco Lattanzio – ci illustra sfogliando le pagine -...
...mentre quest’altra immagine immortala me da bambino al fianco dei miei genitori e mia sorella. Ogni angolo di questa villa parla della mia famiglia e della nostra storia: voglio che rimanga per sempre ancorata a quei ricordi»